La parola strina evoca, a chi più a chi meno, il periodo Nataizio e le sue tradizioni, qualcosa che ha a che fare con la musica, con il canto. E infatti proprio di un canto si tratta! Per trovare l'origine del significato di tale termine bisogna fare un viaggio nel tempo, ben prima della nascita di Cristo e dell’istituzione della festa del Natale, e, come al solito, andare a riscoprire una delle nostre innumerevoli origini pagane.

In questo caso, torniamo indietro nell’antica Roma. Ma in realtà, andiamo ancora più indietro.

Prima della religione Cattolica e del Cristianesimo, nel mondo vi erano un mix incredibile di credenze, ricorrenze e festività. Le date e le ricorrenze religiose venivano “riciclate” già all’epoca, e sopratutto i Romani erano bravi per inglobare culti, credenze e cerimonie diverse. E questo è, incredibilmente, un esempio che è arrivato fino ai giorni nostri.

La parola Strina, in Italiano Strenna, deriva dal Latino Strena, ed il termine venne diffuso proprio dai Romani nelle terre dell’Impero. Letteralmente, indica un dono, un regalo, un buon augurio. In Calabria, indica quasi esclusivamente un canto Natalizio, da fare in famiglia o da dedicare a qualcuno. L’usanza è molto diffusa nei territori della Calabria Citra (altresì detta Calabria Latina), e praticamente inesistente nella Calabria Ultra (detta Calabria Greca). Il perché è ovvio.

La parte incredibilmente interessante, è che il termine non solo ha mantenuto parzialmente il significato originale (cioè che deve essere un canto di buon augurio da dedicare a qualcuno), ma è rimasta strettamente collegata ad un determinato periodo dell’anno, che per noi è il Natale. Il termine Strina, in termpi più recenti, divenne di uso comune, e tese ad identificare un canto generico, che poteva parlare della guerra come di una storia d’amore. Ma in origine non era così.

Torniamo dunque nell’antica Roma. Tra il 17 ed il 23 Dicembre, i Romani festeggiavano i Saturnali, ossia una festa dedicata a Saturno (Crono per i Greci), divinità dell’agricoltura, dell’abbondanza e del ciclo naturale. Non parliamo di una divinità secondaria, ma di una divinità importantissima, dato che questa doveva provvedere ai raccolti, e quindi a sfamare le persone! Proprio per questa sua importanza, durante questi giorni si offrivano numerosi doni alla divinità, e la si onorava con grandi banchetti, sacrifici rituali e spesso anche con i consueti riti orgiastici. Durante questo periodo dell’anno inoltre, i cittadini Romani erano soliti scambiarsi dei piccoli doni, detti appunto Strene, oggetti simbolici, apotropaici, che si pensava portassero bene. Questa usanza risale già al periodo della fondazione di Roma, e, cosa ancor più eccezionale, ha origini ben più antiche.

Il termine Strena è in realtà una storpiatura di Strenia. Questo era il nome di una antica divinità Sabina, per l’appunto Strenia, di cui si sa veramente poco. Secondo alcuni storici, la parola vuol dire “salute“. Alla divinità era dedicato un altare nei pressi della Via Sacra a Roma, dove all’epoca vi avremmo potuto trovare un bosco. La divinità venne poi inglobata nella “religione Romana“, e per onorarla rimase, come usanza, un gesto semplice: andare nei pressi del suo altare, nel bosco, e prelevare da li dei rami degli alberi, da regalare poi ai conoscenti. Questo gesto simbolico era così radicato, che fù poi inglobato nella celebrazione dei Saturnali. E, se ci pensiamo bene, fino ai giorni nostri, con gli scambi dei regali di Natale.

Detto in altri termini, strina è sicuramente uno dei termini più antichi ancora in utilizzo nel nostro dialetto, ed in se racchiude il concetto stesso del periodo Natalizio. E’ veramente incredibile oltre che affascinante scoprire tutte queste informazioni da una sola, semplice parola.

Generalmente in Calabria la strina veniva cantata da Capodanno all’Epifania, in alcuni paesi oggi si canta addirittura dall’Immacolata e in altri ancora nel mese che precede il primo giorno di Carnevale.

Non esiste una strina calabrese vera e propria, ma diverse strine identificabili per aree geografiche, ognuno ha la sua e il testo di questo canto cambia sempre in base al luogo.

Un modo quindi per esorcizzare la fine dell’anno e un augurio di prosperità per quello avvenire, quasi un canto propiziatorio che aveva regole ben precise.

Si partiva per andare da amici con un numeroso gruppo di persone, tra “sonaturi” e “cantature” (colui che intonava le strofe) e si andava in giro per le case o le botteghe, intonando la strina di Natale per ricevere in cambio doni.

Man mano che si andava in giro per le case veniva coinvolta altra gente, fino all’alba. Dalle famiglie che avevano subito un lutto, in segno di rispetto, non si poteva portare la strina per due anni.

Fino ad una determinata strofa si cantava davanti la porta di casa, fin quando i “sonaturi” (suonatori) non incitavano il padrone di casa ad aprire loro le porte per entrare a far festa mangiando e bevendo. Chi si rifiutava di aprire la porta riceveva in cambio una strenna di sdegno, d’offesa con stornelli calabresi.

La più nota per via dell’efficace folk-marketing è la strina della provincia di Cosenza (a strina cusentina) che si suona prevalentemente con accordi minori, un canto calabrese melodico molto lungo con ripetizione del coro al “cantaturi” che scandiva la frase e cominciava a “strinare”.

A Nicastro, quartiere di Lamezia Terme, la struttura di questo canto è simile ma la ritmica è molto più allegra, più gioiosa.

La più insolita, tra tutti i canti popolari calabresi, strine calabresi invece è quella di Lago.

Anche gli strumenti della strina cambiano di zona in zona. Il più utilizzato è la fisarmonica, ma ci sono strumenti della tradizione agropastorale, utensili o strumenti creati appositamente.

A Crotone è diffusa ad esempio la chitarra battente, altri invece utilizzano ancora "u' murtali” detto anche “ammacca sale”, un utensile che serve per pestare il sale o le spezie. Si trova ancora nei mercati ed è in pietra, in legno o in ottone, quest’ultimo è quello utilizzato per la strenna.

Un particolare strumento diffuso nella Sila e nella Presila calabrese è lo zugghi. Questo termine veniva utilizzato anche per indicare il canto augurale natalizio di San Giovanni in Fiore, molto simile alla strenna.

Lo zugghi è uno strumento a frizione utilizzato per dare ritmo e veniva realizzato con un barattolo di latta o di coccio, ricoperto di pelle al cui centro veniva inserita una canna di bambù.

Ma il più famoso strumento del Natale calabrese resta la zampogna, diffusa ancora in centro Italia e in tutto il Meridione.

ASCOLTA LA STRINA

  "LA STRINA CUSENTINA"

  "LA STRINA LAMETINA" (cantata da "I Calabruzi")

  "LA STRINA" nell'interpretazione del maestro Danilo Montenegro

  "LA STRINA" nell'interpretazione dei Marasà

 


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