Durante i festeggiamenti patronali di S. Giovanni Battista, si svolgevano alcune competizioni. Erano giochi popolari in voga nelle feste di tutt’Italia, nulla di origine prettamente nocerese.
A partecipare, in genere, erano giovani della classe meno abbiente del paese, sollecitati dal gusto del protagonismo ma anche dalle importanti mercanzie in palio in tempi di povertà e disoccupazione.
In piazza si teneva la famosa “gara della pastasciutta”. Partecipavano una decina di giovani del paese. Con le mani legate dietro la schiena e dei piatti stracolmi allineati su un tavolo, al via divoravano la pietanza. Vinceva chi finiva per primo. I piatti erano stracolmi di salsa per fare imbrattare per bene i concorrenti per le risate del pubblico e, inoltre, piccantissimi, per non agevolarne il pasto e strappare qualche invettiva.
Un’altra gara sempre presente era quella dei sacchi, altrettanto nota. Dei giovani s’infilavano ognuno in un sacco di juta tenendoselo alzato con le mani fino alle ascelle o legandolo alla vita. Poi, al via, a saltelli, come canguri, compivano un determinato percorso, all’incirca 50 metri. Vinceva chi arrivava primo al traguardo.
In genere, si vinceva qualcosa da mangiare, un provolone, altri alimenti, nella migliore delle ipotesi un capretto, ritenuto un premio eccezionale.
Abbastanza divertente e seguito era anche il gioco
“delle pignate”, piccoli vasi di terracotta, grosso modo a forma di pigna (in latino “pineata”), usati un tempo principalmente per cuocere i fagioli sui bracieri. Si riempiva un buon numero di “pignate” con dei premi (soldi, sigarette, alimentari) e un altro buon numero con acqua, cenere, carbone polverizzato, terriccio. Poi le “pignate” venivano legate a una corda alta circa tre metri e tenuta in tensione da due pali laterali. Esse venivano collocate equisdistanti tra loro. I concorrenti, tutti bendati, uno alla volta dovevano cercare di colpire con un bastone i vasi. Non mancavano esilaranti colpi a vuoto, a volte anche ripetuti. Poi, quando il vaso veniva colpito e spaccato, si scopriva cosa c’era al suo interno. Se conteneva acqua o cenere, il concorrente s’imbrattava ed era un bel ridere. Se c’era un premio, lo vinceva.
I concorrenti effettuavano la loro prova uno alla volta, con un determinato numero di colpi a disposizione. A ogni prova, naturalmente, i vasi rotti venivano sostituiti e tutti riattaccati nuovamente alla rinfusa.
Non mancava, infine, il classico “albero della cuccagna”, in dialetto
“‘a ‘ntinna”, issato al centro della piazza, con il lungo “palo” intriso di grasso e pece e con la parte finale che metteva in bella mostra qualche mortadella, prosciutto o provolone. La gara era molto seguita ed il divertimento consisteva nel vedere il povero concorrente, dopo molta fatica, scivolare sporcandosi col grasso. Lo svolgimento di questo tipo di gare durò fino agli inizi degli Anni “70. Poi, con il mutare dei tempi, esse sono andate pian piano sparendo.

(foto da internet)

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