I  “Decreti Gullo”, dopo due anni dalla loro pubblicazione, furono sostituiti con i “Decreto Segni”, emanati dal nuovo Ministro dell’Agricoltura, appunto Antonio Segni (che poi divenne Presidente della Repubblica”) che ne ampliò l’interpretazione e l’applicazione. Secondo la nuova versione, era prevista anche l’assegnazione delle terre “parzialmente incolte o mal coltivate”. Ne nacque una mobilitazione generale in vista delle tanto agognate, e ormai facilmente raggiungibili, occupazioni delle terre. Il nuovo decreto sarebbe andato in vigore il 17 settembre 1946 e fu quella la data che, automaticamente, fu stabilita per le occupazioni.

Già a febbraio, comunque, nella Marina di Falerna erano avvenute a singhiozzo varie occupazioni.

Di seguito, il 24 aprile, un gruppo di contadini aveva occupato dieci appezzamenti di terreno in zona vincolata nel bosco “Monache” di proprietà comunale. Gli occupanti furono tutti imputati di disossamento abusivo dal Pretore di Nocera. 

I contadini, però, evitarono il processo penale per l’estinzione del reato mediante a un decreto di amnistia del 22 giugno 1946.

(Pretura di Nocera, n. 190/sent. 146, anno 1946).

 

Qualche tempo prima delle occupazioni, in un tentativo estremo di giungere a un accordo bonario con i marchesi De Luca, una delegazione di contadini, con a capo gli insegnanti Federico Pulice e Mario De Grazia e i braccianti Francesco Macchione e Titta Mendicino, si era recata, in treno, a far loro visita ad Amantea.

La delegazione fu accolta dal fratello minore Giuseppe, poi entrò nella stanza il maggiore, Carlo.

Questi, alzando il tono della voce, disse di essere a conoscenza di quello che si tramava a Nocera ma che lui era stato a Catanzaro dal prefetto, suo amico, che gli aveva assicurato che, in base ai cavalli e alle mucche possedute, i suoi terreni neppure bastavano e che quindi i noceresi avrebbero addirittura dovuto restituirgliene qualcuno.

“Ma se per caso voi pensate di prendermi le terre con la forza, se voi venite con i fucili, io vengo con le mitraglie, se voi venite con le mitraglie io faccio venire i cannoni e se voi portate i cannoni io faccio portare la bomba atomica”.

La delegazione, davanti a quel “muro”, decise di andare. Ma, nell’uscire, Macchione e Mendicino furono avvicinati da Giuseppe che tentò di corromperli.

<<Se lasciate perdere gli altri, a voi vi do tutta la terra che volete>>.

I due non risposero e andarono via.

Poi, a Falerna, si tenne un convegno fra i contadini di Falerna, Nocera, Gizzeria e Sant’Eufemia. Ne parlò anche “La voce del popolo”, anno IV n.19, del 18 agosto 1946. I contadini, riporta il giornale, chiesero “radicali miglioramneti nei contratti di compartecipazione e che la raccolta dei frutti degli alberi venga affidata agli stessi contadini che lavorano la terra”.

Inoltre, da parte dei contadini, “fu lamentata la mancanza di terra che impedisce di impiegare utilmente le loro capacità di alvoro, mentre centinaia di tomolate rimangono improduttive per lo scarso interessamento del proprietario“.

A Falerna, in vista delle occupazione delle terre, si tenne poi, stavolta in gran segreto, una riunione tra i contadini falernesi, quelli noceresi e altri, diretta da un sindacalista di Avellino.

Conclusa la riunione, i vari capi si appartarono e decisero che quando da Catanzaro avrebbero stabilito la data dell’occupazione, la comunicazione sarebbe dovuta giungere in gran segreto per sfruttare l’effetto sorpresa sui proprietari. Fu stabilito, quindi, che a Nocera sarebbero stati avvisati con un telegramma in codice diretto a un calzolaio del paese, Vincenzo Trunzo, che di solito ne riceveva per ritirare merce. Per l’occasione, il via libera verso l’occupazione avrebbe avuto questo testo: “Ritirare suola alla stazione di Nocera”.

Naturalmente, però, furono inutili precauzioni. Al momento delle invasioni i proprietari si fecero trovare tutti pronti a difendere le loro terre.

Il 17 settembre, dunque, sulla spianta di un entusiasmo collettivo, prese il via l'occupazione delle terre, fine principale delle cooperative e delle leghe. Ne furono protagonisti, tra paesi e frazioni, ben 92 centri abitati.

Le terre occupate, in tutta la regione, raggiunsero nei primi giorni  un'estensione tra i 40 e i 50 mila ettari, che poi rimase la punta massima.

Era tanta l’attesa, però, che già il 15 settembre, nel Crotonese, ben 15 comuni passarono all’azione con due giorni d’anticipo. Pure Falerna, come a Crotone, non si aspettò la data fatidica: con un giorno d’anticipo, il 16, i contadini, capeggiati da Francesco Spinelli (classe 1903) detto “Rivolto”, segretario della locale Camera del Lavoro, invasero, in agro di Nocera, il fondo Pantanusa, di 800 tomolate, di proprietà di Giuseppe e Carlo De Luca di Lizzano, figli di Eugenio.

Si trattava di un terreno malmesso, con un bosco con vari acquitrini. I contadini falernesi immediatamente iniziarono a tagliare le erbacce e a lavorare la terra con le vacche e l’aratro. A Falerna, per l’occasione, per raccogliere altri contadini e iniziare la marcia verso la Pantanusa, furono fatte suonare le campane. Il giorno d’anticipo, però, costò abbastanza caro. Furono denunciate e processate, infatti, ben 45 persone perchè la legge che consentiva l’occupazione delle terre incolte e malcoltivate sarebbe andata in vigore, come risaputo, solo il giorno successivo. Francesco Spinelli, il capo dei contadini, fu denunciato per istigazione.

A Nocera, invece, tutto iniziò, alla data indicata dalla legge, il 17 settembre.

A differenza di Falerna, però, non furono fatte suonare le campane. Forse perché, in fondo, era ben radicato una forma di atavico timore reverenziale nei confronti dei latifondisti che spadroneggiavano da secoli. Al di là di questo, però, nessuno arretrò di un passo e la quieta vita del paese fu comunque attraversata da quest’importante avvenimento di carattere politico e sociale.

L’obiettivo dei contadini di Nocera divennero le terre incolte delle “Macchie De Luca”, anch’esse di proprietà, come la “Pantanusa”, di Giuseppe e Carlo De Luca di Lizzano. Erano queste che si prefiggevano di occupare.

Per prima cosa furono avvisati con delle staffette tutti i contadini delle contrade su ciò che s’intendeva fare. L’appuntamento fu fissato verso la mezzanotte alla Trempa del Signore, nei pressi del Piano di Tirena, da raggiungere per vie secondarie per non dare nell’occhio e giocare sul fattore sorpresa. Il percorso consigliato era quello che portava al Piano passando per il Destro e scendendo verso Portavecchia. Alcuni contadini, però, tralasciarono questa precauzione e si avviarono al mattino. Furono bloccati dai Carabinieri alla “Fontana della Testa”.

All’ora prefissata, nel frattempo, la partecipazione si era rivelata abbastanza esigua, tanto da deludere gli organizzatori. Questi, allora, per rinfoltire le fila, pensarono di recarsi a Campora San Giovanni e invitare alcuni contadini del luogo che si conoscevano ad accodarsi. Questi aderirono e si dissero pronti di mettersi in cammino portando i loro carri trainati dai buoi. Si giunse, così, a un centinaio di persone manifestanti. All’alba, attraverso una via interna, si marciò verso le “Macchie De Luca”. D’allora la strada si chiamò Via Garibaldi, appunto per la suggestione creata dal corteo con tanto di bandiere rosse. Giunti sul posto, però, ad aspettare gli occupatori c’erano i Carabinieri e i guardiani del marchese, tutti armati e tutt’altro che rilassati, che intimarono di ritornare indietro. Il drappello, invece, con passo impavido, come nelle sequenze di un film, lentamente continuò la sua marcia verso le terre. In quel frangente di grande tensione, per fortuna, giunsero i contadini di Falerna, che gridavano orgogliosi ai quattro venti che loro avevano già occupato la “Pantanusa” e già la stavano lavorando. Su Torre Casale, tra l’altro, avevano issato una bandiera rossa in segno di vittoria che dalle Macchie si vedeva garrire. Allora i contadini di Nocera fecero la stessa cosa. Individuarono al centro del fondo una pianta di celso e anche loro issarono la loro bandiera. A quel punto il Maresciallo dei Carabinieri, disorientato davanti a tanta sicurezza, fu indeciso sul da farsi. Poi invitò Francesco Macchione ad andare insieme a lui per verificare se davvero alla “Pantanusa” si era iniziato a lavorare la terra. Questi pensava a un tranello o a una scusa per allontanarlo da quel luogo colmo di manifestanti per poi arrestarlo in tutta tranquillità. Nonostante tutto, andò. Giunti sul posto, effettivamente il maresciallo trovò i contadini che lavoravano sodo. Allora chiamò Rivolto e gli disse di non fare tagliare gli alberi ad alto fusto, cos’ come prescritto dalla legge. Una sorta di consiglio amichevole, al fine di evitare ai contadini di non incorrere in reati. Poi il Macchione fu lasciato libero di tornare alle “Macchie De Luca”.

Fin qui tutto bene, dunque. Ma, al pomeriggio, le cose si misero male. Alle Macchie arrivarono di nuovo i Carabinieri e intimarono l’abbandono delle terre. Il rifiuto da parte dei contadini fu categorico. Allora qualcuno fu allontanato con la forza. I contadini, a quel punto, si stesero tutti per terra. I Carabinieri, così, furono costretti a trasportali penzoloni tenendoli per mani e piedi. Così raccolti, venivano “depositati” e radunati per la strada. L’opera, però, riuscì a metà. Si trattava, ormai, di una marea enorme, i contadini erano circa 300 e, tra l’altro, qualcuno di quelli portati con la forza sulla strada, ritornava poi nei campi per stendersi di nuovo a terra. Qualche carabiniere, spazientito, colpì anche qualcuno degli occupanti con il calcio del fucile. Tutto continuò a essere inutile. Vanificatosi quindi il tentativo di liberare la terra con la forza, si cercò il dialogo, ma i contadini non desistettero dal loro proposito di occupare il fondo. E lì rimasero, per due giorni e due notti.

Al terzo giorno di occupazione giunse un Maggiore dei Carabinieri che promise che se i contadini avessero abbandonato le terre bonariamente, avrebbe fatto riunire la Commissione per le terre incolte del Tribunale di Nicastro per l’assegnazione. I contadini confabularono tra loro, poi decisero di dargli fiducia. La promessa fu mantenuta.

Nei primi giorni di ottobre, infatti, la Commissione, presieduta dal Presidente del Tribunale di Nicastro, arrivò a Nocera. E si recò al palazzo dei fratelli De Luca in Marina, dove ad attenderla c’era anche l’avvocato dei marchesi, Franzì di Sambiase.

Giunse, chiamato, anche Francesco Macchione. Quando questi entrò sentì uno dei De Luca che affermava di voler concedere ai contadini le terre di fronte alla stazione ferroviaria. Una furbata. Queste, infatti, non erano… incolte, ma del tutto sabbiose. Allora il Macchione si ribellò davanti a quella proposta e corse fuori dal palazzo inveendo contro la Commissione, dandole ad alta voce della “venduta”. Il Presidente del Tribunale di Nicastro si sentì offeso e ordinò ai Carabinieri di catturare il Macchione. Questi gridò ai suoi di rimettere le lame alle asce. <<Ammanicate ‘e gacce>>, gridò più volte, pronto a quel punto anche allo scontro fisico.

Il maresciallo cercò di calmare le acque, sussurrando ai contadini che lui li riteneva dalla parte della ragione ma che, così facendo, sarebbero passati dalla parte del torto.

Nel frattempo, la Commissione aveva deciso di andarsene. Ma quanto fu sulla strada statale, fu immediatamente circondata dai contadini che le urlavano di recarsi alle Macchie per rendersi conto di persona se le terre occupate erano realmente incolte. La macchina, oltre a essere bloccata, veniva anche sballottata e perfino spostata da un contadino erculeo, Foca Colicchia, dotato di una forza spaventosa. <<Vi butto sotto il ponte>>, gridava. L’autista, spaventato, lo pregava di desistere perché la macchina era sua, un poveraccio come loro, e non della Commissione. Il presidente del Tribunale e i suoi, messi alle strette, decisero di visitare le terre occupate per rendersi conto della situazione. La visita si protrasse fino a sera. Alla fine, la Commissione fece ottime promesse e andò via tra gli applausi mentre gli occupanti tornarono a Nocera intonando canti e sventolando bandiere.

La Commissione, in effetti, nella sua relazione così descrisse le “Macchie De Luca”:

“Trattasi di terreni vallivi alla foce del fiume Savuto (…) nella quasi totalità adibiti a pascolo perché di scarsa fertilità; la parte più fertile per sedimentazione di lievito del Savuto e del fiume Grande è assoggettata a coltura discontinua dove vengono alternati un anno di granone ed un anno di pascolo e ciò per mancanza di sistemazione del terreno. Parere per la concessione di circa 100 tomolate nella zona più fertile da assoggettare a coltura continua”.

Il 2 ottobre 1946, finalmente, un decreto del Prefetto di Catanzaro, Solimena, assegnava in concessione alla cooperativa “La Proletaria” oltre 100 tomolate di terra a sud della foce del fiume Savuto, le tanto desiderate “Macchie De Luca”, di proprietà di Carlo e Giuseppe De Luca di Lizzano, per il canone annuo di un quintale di granone e 25 kg. di fagioli a tomolata.

Iniziò così il periodo del cosiddetto “’mpascinatu”, durante il quale i contadini della Cooperativa Agricola locale limitavano i terreni e i canali per l’irrigazione da essi stessi costruiti con poderosi fasci di bastoni di legno tenuti saldi l’uno con l’altro da legacci di juta o corde.

Questo il decreto del Prefetto di Catanzaro del 2 ottobre 1946:

Il Prefetto della Provincia di Catanzaro

Visto il decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944 n. 279 concernente la concessione delle terre incolte ai contadini;

Visto il d. l. del Capo Provvisorio dello Stato 6 settembre 1946 n. 69;

Vista la deliberazione della Commissione per la concessione delle terre incolte istituita presso il Tribunale di Nicastro in data 28 settembre c. a.;

DECRETA

1) Sono concessi alla cooperativa "La Proletaria" di Nocera Terinese i terreni del fondo "Macchie de Luca", di proprietà dei Signori De Luca Carlo e Giuseppe fu Eugenio di Amantea, e precisamente la zona delimitata a mezzogiorno del "Passo Sciabica" o "dei Bagni" , a nord col "Fosso di Martino", ad occidente col mare, e ad est con la mulattiera "di Garibaldi" della complessiva estensione approssimativa di oltre cento tomolate.

2) La concessione avrà la durata di anni sei con effetto immediato e con scadenza al 31 ottobre 1952. Nella zona, però, avallo della ferrovia, attualmente coltivata a granone, l'immissione in possesso avverrà dopo ultimati i raccolti della cultura in corsa.

3) Il canone annuo viene stabilito nella misura di un quintale di granone e 25 kg. di fagioli a tomolata, con l'avvertenza che per determinare il canone complessivo le parti dovranno procedere alla misurazione esatta dell'intero comprensorio concesso.

Il pagamento del canone stesso dovrà avvenire entro e non oltre il 31 agosto di ciascuna annata agraria, nei modo di legge per quanto è il corrispettivo in danaro sui prodotti ammassati.

4) La cooperativa dovrà prestare la mano d'opera per la manutenzione del fiume Savuto e il proprietario da parte sua dovrà fornire la Cooperativa del legname e delle fascine necessari, che saranno tagliati e trasportati a cura della Cooperativa stessa.

5) La cultura dovrà essere continua con normale alternanza di coltivazioni sarchiate e di grano.

6) Le spese per la sistemazione superficiale del terreno ed eventuale creazione di scavo di scalini e fossi di scolo sono a carico della Cooperativa concessionaria.

Il Sindaco del Comune di Nocera Terinese è incaricato di notificare alle parti interessate il presente decreto.

Catanzaro, 2 ottobre 1946.

Il Prefetto Solimena.

Anche Falerna ebbe le terre della “Pantanusa”, con il marchese che si riservò il diritto di “prendersi il frutto”, cioè le piante che erano sul fondo ma con l’obbligo, essendo selvatiche, da parte di ogni occupante, di ricavarne un quintale di carbone.  Per produrre il carbone fu incaricato Domenico Manfredi di Nocera (detto “Micu ‘u Cignu”) che lavorava in questo settore.

Il verbale della “Commissione Assegnazione Terre” di qualche anno dopo (presidente dott. Giovanni Romano, Isp. Agrario dott. Vincenzo Lo Schiavo, segretario sign. Zofrea Giovannino, componente agricolo sign. Tommaso Baccari), riporta che “per i primi tre anni la cooperativa non dovrà corrispondere alcun canone. Per gli anni successivi la cooperativa corrisponderà una somma pari al quinto del prodotto. La cooperativa potrà, per ragioni di coltura, procedere al taglio degli alberi di alto fusto, nel qual caso il prodotto degli alberi carbonizzato sarà diviso in ragione di due parti alla cooperativa ed una ai proprietari. La Cooperativa s’impegna per l’anno in corso di rispettare ai coloni il diritto al maggese”.

 

Tratto da "NOCERA TERINESE Storia e Storie" Vol. 4 - Dal dopoguerra 1915-18 al Duemila di Adriano Macchione (ed. Ma.Per.)

 


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