Nel 1200 (XIII secolo), come comunemente si ritiene, fu costruita a Nuceria la “prima” Chiesa di San Giovanni Battista. Questa data di fondazione, però, non è assolutamente certa ma si basa solo sulla memoria storica.
Di grande valore si conservano ancora oggi alcuni oggetti, tipo ostensori, calici, pissidi, croci, turiboli, di argento, tutti antichi. Naturalmente, durante i secoli, molta di questa oggettistica è andata dispersa per i più svariati motivi.
Il culto di S. Giovanni, a Nocera, fu introdotto, con ogni probabilità, da appartenenti al Sacro Militare Ordine degli Ospedalieri, denominati, in vari modi, Ospedalieri di S. Giovanni Battista, Cavalieri Giovanniti, Ospedalieri di Malta, Cavalieri di Malta e Cavalieri Gerosolimitani.

Nell’anno 1200 (XIII secolo), fu costruita, secondo la tradizione locale, la “prima” Chiesa di San Giovanni Battista, di dimensioni ridotte e eretta là dove oggi sorge la parte posteriore. Nel corso dei secoli, poi, la chiesa è stata ampliata più volte, sempre estendendola dalla parte anteriore dell’edificio originario.
Un primo ampliamento, probabilmente, arrivò già sul finire del 1300, con la costruzione di un nuovo campanile, secondo quanto si può dedurre osservando l’attuale campana piccola che riporta il 1300 come data di fusione e con la costruzione delle prime due cappelle, dedicate all’Addolorata e al Crocefisso, poste sulla stessa linea del campanile.
La campana del 1300 riporta, con parole miste in greco - bizantino e in latino, la seguente scritta:
AGIOS – OTEOS – ISCHIROS – AGIOS – ATHANATOS – A. D. 1 BBB – ALESION – IMAS – AVE MARIA.
La traduzione è la seguente:
Santo Iddio – Santo il Forte – Santo l’Immortale – Anno 1300 – Abbi pietà di noi – Ave Maria.

Nel 1570 risulta essere parroco a Nocera della Chiesa di San Giovanni Battista don Porzio Pizzilla, nel 1580 don Vito Ferrari andò ad affiancarsi a don Porzio Pizzilla.

Nel 1599 le parrocchie delle chiese di San Giovanni, San Martino e San Silvestro (quest’ultime due amministrate fino ad allora da due parroci ciascuna), furono incorporate in una sola, con amministrazione collegiale e sotto il titolo di San Giovanni Battista.
Se ne può leggere nell’Archivio della Chiesa di San Giovanni, in un “Cabreo” e in Tommaso Morelli in “Nocera della Pietra della Nave” (edito in Napoli nel 1847):
“La Chiesa Madre è servita da sei parroci con l’Arciprete che precede gli altri preti, il quale Arciprete, costituito in questo onore il 20 novembre 1600, fu D. Porzio Pizzilla”.
Nel 1599 don Porzio Pizzilla, fu nominato arciprete della Chiesa di San Giovanni Battista.

Nel 1603, alla morte di don Porzio Pizzilla, fu nominato nuovo arciprete della Chiesa di San Giovanni Battista don Giovanni Leonardo Muraca.

Nella Chiesa di San Giovanni, oltre le cappellette del Sacramento e del Rosario, furono costruite anche quelle del Carmine e dell’Immacolata.
In un“Cabreo” si riporta che la Cappella dell’Immacolata usufruiva, fin dal 1630, dello jus patronato della famiglia Ventura, per decreto della Curia di Tropea del 7- 7-1630.
Il perimetro della chiesa, dunque, in quel 1630, finiva alle cappellette del Carmine e dell’Immacolata. Non si può dire, però, come già osservato, se fosse provvista delle porte laterali oppure se queste furono apposte in occasione della ricostruzione del 1783.

Nel 1632 nuovo arciprete fu don Pietro Antonio Muraca e nuovi parroci don Giovanni Tommaso Gracco e don Scipione Pesce.

A causa del terremoto del 1638 crollò il campanile che fu immediatamente ricostruito davanti alla Cappella del Rosario.

Il violento terremoto del 1638 provocò anche la completa distruzione dell'Abbazia di Sant'Eufemia (posta vicino all'attuale Sant'Eufemia Vetere a Lamezia Terme), la statua di S. Giovanni Battista che era posta sulla porta della chiesa di Sant’Eufemia fu trasferita a Nocera. Ciò secondo una tradizione orale che è da ritenersi molto veritiera in quanto, ancora oggi, sulla facciata della Chiesa di San Giovanni Battista di Nocera rifulge una bellissima statua in marmo bianco del Santo.

Nel 1638, inoltre, fu apposto un nuovo portale che si conserva ancora oggi. Sostituì il precedente, distrutto dal terremoto. E se il terremoto portò danni al portale, è chiaro che ne arrecò anche alla facciata. Quali, però, è difficile da dire.

Nel 1656 don Francesco Muraca, parroco dal 1636, fu nominato arciprete della Chiesa di San Giovanni Battista.
Nello stesso anno risultano i nomi di due nuovi parroci, don Pietro Francesco Muraca e don Giuseppe D’Epiro.

Nell’“Inventario dei beni posseduti dalla Parrocchia di San Giovanni” del 1718, si riportano i vari legati posseduti in epoca precedente.
Si può così leggere che nel 1660 (quindi successivamente alla stesura del “Cabreo” del 1656) la Chiesa di San Giovanni ricevette in legato, da DanielloD’Alessandro, i seguenti fondi:

  • In contrada Nocella 20 tomolate.
  • In contrada Canalicchio 30 tomolate.
  • In contrada Miglierina 4 tomolate.
  • In contrada Vitale 15 tomolate.

Nel 1677 fu nominato nuovo arciprete della Chiesa di San Giovanni Battista, al posto di don Francesco Muraca arciprete dal 1656, don Pietro Metallo.

Nel 1679 furono portati a termine i lavori per la costruzione del nuovo campanile della Chiesa di San Giovanni Battista, iniziati 41 anni prima, nel 1638, dopo che il terremoto di quell’anno aveva distrutto il preesistente.
A lavori conclusi, accanto alla campana piccola del 1300, fu aggiunta una campana molto più grande, che porta la data del 1679, che segna appunto l’ultimazione dei lavori.
La campana grande porta la seguente scritta:
A. D. 1679 – AGIOS – OTEOS – ATANATOS – AVE MARIA – S – 10 – V. N. RET. – M – I ATON – ALMERIUS – IN – SINDIC – DOM – PETRI – DE – IESI.

Nel 1680, a soli tre anni dalla nomina di don Pietro Metallo, nuovo arciprete della Chiesa di San Giovanni Battista fu nominato don Giovan Battista Amendola, parroco dal 1670.

Nel 1708, in sostituzione di don Giovan Battista Amendola, arciprete dal 1680 e morto poi nel 1706, fu nominato don Vincenzo Magniccari.

Poi, nel 1725, don Gerolamo Zamora fu nominato arciprete, in sostituzione del defunto don Vincenzo Magniccari, arciprete dal 1708 e morto nel 1724.

Nel 1742, morì don Gerolamo Zamora, nuovo arciprete, nel 1743, fu nominato don Antonio Longo.

Nel 1760 don Giovan Battista Longo, già Vicario Forense, fu nominato arciprete della Chiesa di San Giovanni Battista alla morte del predecessore don Antonio Longo (avvenuta nel 1757).
Morto all’improvviso l’arciprete don Giovan Battista Longo, fu nominato al suo posto don Matteo Policicchio. Ma anche questi, dopo un solo anno, nel 1762 morì.
Nuovo arciprete fu allora don Antonio Niccoli, parroco da appena due anni (che rimase in carica un po’ più di tempo, in quanto morì poi nel 1773).

Nel 1776, con il denaro proveniente dal legato Di Giorgio e con quello proveniente da Pellegrino De Luca, Ferdinando Nardotti, Filippo Giordano e dalla famiglia Ventura, i parroci della Chiesa di San Giovanni acquistarono il fondo Sorrentino di 150 tomolate e, di seguito, un bosco di 60 tomolate di proprietà di Cintia Corsini, ad esso confinante (tutti questi beni furono posseduti almeno fino al 1950).

Nel 1783 si verificò in calabria un altro violento terremoto che è così ricordato nell’Archivio della Chiesa di San Giovanni Battista:
“Venne finalmente Iddio all’esecuzione della sua giustizia, mentre alli cinque febraro 1783, giorno di mercoledì, ad ora diecinnova e mezzo mandò il tremuoto così orrendo e spettacoloso, che distrusse quasi tutta la provincia sottana di Calabria Ultra colla morte ancora di quarantaduemila persone, secondo l’appurate notizie, e rimasti alcuni paesi, sebbene franti e aperti”

Nella Chiesa di San Giovanni Battista il terremoto del 1783 provocò notevoli danni, furono danneggiate le Cappelle del Sacramento e la volta della navata, così come si può leggere all’Archivio di Stato di Napoli nella relazione del 9 febbraio 1783 a opera del Preside di Cosenza, Giovanni Danero.
La chiesa fu quindi riparata ma non solo, fu anche migliorata e ampliata.
Nella nuova ricostruzione, fu prolungata fino allo spigolo di Palazzo Amendola (dove oggi abita la famiglia Adamo), raggiungendo le dimensioni attuali e definitive. Fu aggiunta, in pratica, la parte dove oggi sono le cappellette di San Giuseppe (entrando, sulla destra) e di San Francesco di Paola (entrando, sulla sinistra). Per quanto riguarda le due porte laterali, ribadiamo che è difficile dire se esse rientrano in questa ricostruzione del 1783 o se fossero preesistenti.
Furono iniziati, inoltre, i lavori per la costruzione dell’attuale cupola. Per eseguirli, furono chiamati tre falegnami di Fiumefreddo, Gigliotti, Jole e Sicoli, e i loro aiutanti.
Nella nuova chiesa, dopo il terremoto, della precedente rimasero alcuni affreschi.
Alla costruzione parteciparono, con lavoro di braccia, tutti i noceresi.
La domenica, dopo la messa, si recavano al sottostante fiume Grande per prelevare sabbia. Poi la depositavano sul lato della chiesa. Questo lato dove si scaricava l’ingente quantità di sabbia era indicato, in dialetto, come “’a rina” (nome in dialetto della sabbia). Per corruzione, poi, negli anni, il luogo fu chiamato Arena.
Ogni volta, per il trasporto delle pietre provenienti dal fiume, i noceresi creavano una lunga catena umana che si passava i massi di mano in mano.
A giudicare da alcuni aspetti e dalle molte rassomiglianze, nella ricostruzione della nuova chiesa probabilmente lavorarono le stesse maestranze che operavano, nello stesso periodo, all’interno della Chiesa di San Domenico di Nicastro.
I lavori di ricostruzione della chiesa e della cupola, iniziati dopo il terremoto del 1783, proseguirono per circa cinquant’anni e si conclusero solo nel 1828.

Durante i lavori seguiti al terremoto nella Cappella del Sacramento fu posto un quadro raffigurante l’Ultima Cena, opera del Pascaletti, pittore di Fiumefreddo Bruzio (dove nacque il 25 febbraio 1699 e morì a Roma attorno al 1727), tra i più noti della fine del 1700 (XVIII secolo). Suoi dipinti, in gran numero, si trovano in molte chiese della Calabria (Rende, Serra d’Aiello, Tropea, Cosenza, Fuscaldo, Paola, Fiumefreddo, Marano), nel Duomo di Cosenza, nel Convento di Paola e in vari palazzi nobiliari.

Dopo la costruzione delle cappelle dedicate a S. Giuseppe e S. Francesco di Paola che si aggiunsero alle già esistenti del Sacramento, del Crocefisso, del Rosario, dell’Addolorata, del Carmine e dell’Immacolata, si giunse a questo quadro
completo e definitivo delle cappelle, così come sono oggi nella Chiesa di San Giovanni Battista:

(entrando a sinistra)
  1)  Cappella di San Francesco di Paola
  2)  Cappella del Carmine
  3)   Cappella del Sacramento
  4)   Cappella del Crocefisso
(entrando a destra)
  5)   Cappella di San Giuseppe
  6)   Cappella dell’Immacolata
  7)   Cappella del Rosario
  8)   Cappella dell’Addolorata

Le varie Cappelle della Chiesa ebbero nel tempo diversi possedimenti, questo l’elenco sopravvissuto:
1. La Cappella di S.an Francesco di Paola era dotata di legati della famiglia Orlando e Ungaro.
2. La Cappella del Carmine, come già detto, era di patronato della famiglia Procida.
3. La Cappella del Sacramento, come già visto, era dotata di legati della famiglia D’Alvio e di don Giacomo Adamo e di vari terreni in montagna e in Marina appartenenti alla Arciconfraternita del Sacramento. Quest’ultima era molto ricca. In montagna era proprietaria della zona detta Monticello, di terreni a Bocca del Fago e in Contrada Acquafredda.
4. La Cappella del Crocefisso aveva anch’essa delle proprietà anche se non si può dire con esattezza quali fossero.
5. La Cappella di San Giuseppe possedeva legati della famiglia De Luca.
6. La Cappella dell’Immacolata, come già detto, usufruiva, fin dal 1630, dello jus patronato della famiglia Ventura, per decreto della Curia di Tropea del 7-7-1630, come riporta il “Cabreo”.
In Marina possedeva la Trempa del Signore.
7. La Cappella del Rosario possedeva beni appartenuti all’antica Confraternita.
La stessa Arciconfraternita possedeva, inoltre, terreni in Contrada Acquafredda e Bocca del Fago.
Inoltre, nell’archivio della Chiesa di San Giovanni si legge che la cappella “...possiede nel luogo detto il Destro una processione di capacità di tomolate una in circa, alberata di viti, fichi, olive e castagni giusto li beni di Gregorio Longo e quelli di Pietro Motta e stimata di rendita, dedotte le spese per la coltura, annui carlini otto...”.
La Cappella del Crocefisso aveva anch’essa delle proprietà anche se non si può dire con esattezza quali fossero.

Le inumazioni dei parroci e dei sacerdoti erano effettuate nell’ipogeo del presbiterio.
Quelle delle famiglie che avevano diritto di patronato erano effettuate nelle proprie cappelle gentilizie. Le inumazioni comuni si effettuavano lungo la navata.

Nel 1784, nuovo  arciprete della Chiesa di San Giovanni Battista, fu nominato don Giuseppe Villella.
Nel 1794 fu nominato nuovo arciprete  don Vincenzo Mauri, parroco in Nocera dal 1750 che morì nel 1805 non è sopravvissuto il nome di chi lo sostituì.

Dopo quasi cinquant'anni dall'inizio dei lavori, dopo il terremoto del 1783, nel 1828 fu ultimata la cupola.
La cupola fu fatta sorgere sopra il presbiterio, ad un’altezza di 32 metri dal suolo. Essa poggia su quattro robusti pilastri, collegati fra loro da ampi archi. All’esterno è ricoperta da piastrelle di due colori, giallo e verde. Autori dell’opera, come detto, furono tre falegnami di Fiumefreddo, Gigliotti, Jole e Sicoli, e i loro aiutanti.
Come portale d’ingresso alla chiesa, fu inserito quello precedente, di stile tardo rinascimentale, apposto nel 1638, che non aveva subito danni dal terremoto.
Sulla nuova facciata, costruita a timpano con tre pennacchi, fu creata una nicchia per esporre la statua di marmo bianco di S. Giovanni Battista proveniente dalla distrutta Chiesa di San Giovanni in Sant’Eufemia.
Risalente al 1600 (XVII secolo) è oggi presente, collocato nell’omonima cappella, un quadro a olio della Vergine del Rosario, opera forse di un anonimo pittore napoletano.
Sulla navata furono dipinti tre affreschi sulla vita di S. Giovanni Battista, ad opera del pittore Francesco Colelli di Nicastro, vissuto nella seconda metà del XVIII secolo. Si tratta di opere magnifiche e di grande pregio.
L’artista fu autore di affreschi nella Chiesa di San Domenico di Nicastro.
Il pittore, che aveva dipinto un quadro a Catanzaro per Palazzo Salzano, nel 1799 fu presente durante il saccheggio dell’edificio. Riprodusse la scena dando ai reazionari le sembianze di Musulmani e di Crociati.
Le pareti, a stucco, furono dipinte da maestranze giunte da Rogliano e da Motta Santa Lucia.

Nel 1832 fu poi nominato nuovo arciprete don Tommaso Maio.

Il 20 ottobre 1840 e l'8 aprile del 1853, il vescovo di Tropea mons. Franchini, emanò delle bolle che elevavano a dignità "ricettizia" la chiesa di Nocera, anche perché, nella Diocesi, nella zona di Nocera e dintorni, non ne esisteva alcuna.
Il 20 giugno 1853 il nuovo importante ruolo fu riconosciuto anche con decreto reale.
Il primo arciprete insignito fu don Fortunato Mauri.
Il patrimonio della chiesa fu costituito dai beni e dalle rendite delle opere pie che esistevano in paese.
Ai membri della “Chiesa Ricettizia”, tra i quali vi erano naturalmente i parroci, furono conferite le insegne corali (mozzetta serica violacea sopra la cotta, ecc.).
A Nocera la Parrocchia di San Giovanni Battista era retta da un arciprete e da altri tre parroci.

Dopo i lavori del 1828 la Chiesa continuò ad essere curata e abbellita dai nocerasi, segno della grande devozione e della fede che animava la popolazione.
Nel 1846 fu rifatta e migliorata la Cappella del Sacramento. Le spese se le accollò una suora, Marianna Ripoli, appartenente alla nobile famiglia locale.
Nel 1851 il parroco don Alberico Odoardi, fece collocare a suo nome dietro l'altare maggiore una nuova statua del Santo Patrono, sempre su inizaitiva dello stesso parroco nel 1854 fu decorata l’abside.

Nel 1848 morì l'arciprete don Tommaso Maio, al suo posto, nel 1849, fu nominato don Francesco Maria Veraldi, parrocol dal 1815.

Nel 1861, morì l’arciprete don Francesco Maria Veraldi, al suo posto, in qualità di arciprete, fu nominato don Fortunato Mauri, Vicario Forense e parroco dal 1840.

Nel 1868 morì don Fortunato Mauri, nuovo arciprete fu nominato don Giuseppe Niccolò, parroco dal 1860.

Nel 1878 fu nominato arciprete don Giuseppe Vaccaro (già padre Ilario dei Cappuccini).

Nel 1895 fu ricostruito l’altare maggiore per mano di maestri del marmo fatti giungere appositamente da Napoli.
La popolazione rimase molto soddisfatta del lavoro. Non mancò la giusta celebrazione inaugurale.

Dopo la morte nel 1897 dell'arciprete Vaccaro, fu nominato arciprete don Francesco Pontieri.

Il 10 marzo 1905 furono affidati i lavori per il rifacimento della prospettiva della Chiesa, con un regolare contratto, al prof. Carmelo Zimatore di Pizzo. La somma stabilita fu di lire 7.600.
Il maestro Zimatore, ritornava a Nocera dove nel 1901 aveva decorato la Chiesa di Santa Maria della Pietà della Motta, evidentemente con buona soddisfazione dei noceresi.
I lavori iniziarono nel mese di luglio del 1905, poi furono sospesi nel mese di agosto e ripresi immediatamente il 3 settembre. Ma non durarono a lungo, la notte tra il 7 e l'8 settembre si verificò un nuovo drammatico terremoto.

Le tre piramidi con le croci di ferro, furono tutte mozzate a metà mentre la parete esterna fu lesionata.
Alla base del campanile era stata costruita una loggia in cemento che crollò.
Il campanile stesso risultò letteralmente spaccato e con molte crepe in tutte le sue parti al punto che se ne paventava la caduta. Allora fu demolito.
All’interno, muri laterali e i quattro archi maggiori, dove poggia la cupola, furono spaccati, così come gli archi delle cappelle del SS. Sacramento e del Rosario.
Anche in queste cappelle furono danneggiati i muri laterali, così come quello dietro il coro.
Nella sacrestia risultò danneggiato il muro divisorio dalla chiesa e il tetto con un parziale crollo del soffitto.
La cupola presentò uno squarcio molto ampio sul lato destro dalla parte del campanile. Anche il cupolino presentò dei danni.
Che dolore nell'animo mio vedere si orrendo disastro”, scrisse don Francesco Pontieri.
Ovviamente, con il terremoto, i maestri muratori e il prof. Zimatore, a Nocera per i lavori, se ne tornarono a Pizzo presso le rispettive famiglie.
L’arciprete don Francesco Pontieri, che non si dava mai per vinto, costituì immediatamente una Commissione per il Culto di S. Giovanni dove erano presenti cittadini di tutti gli strati sociali e con il loro aiuto programmò molti interventi di restauro.
Passarono solo due anni, poi, nel 1907, come vedremo, fu fatta decorare la facciata da Zimatore e di seguito furono ricostruite le parti cadute del campanile e rinforzate quelle danneggiate. Inoltre, fu ristrutturato il pavimento della chiesa.

Per riparare i danni causati dal terremoto alla Chiesa, don Francesco Pontieri chiese un preventivo all'ingegnere Giovanni Pinna di Nicastro. Il preventivo arrivò il 22 ottobre 1905. Scritto a mano con calligrafia autografa, constò di sette pagine. La somma necessaria fu calcolata in 8.000 lire.

Nel 1906 la Chiesa fu dotata di un nuovo tabernacolo. Questo fu regalato da Pietro Tanfani di Roma, titolare di una ditta di oggetti religiosi. Non fu però la donazione di un fedele particolarmente devoto ma l’epilogo di una storia alquanto particolare. La ditta del Tanfani, formata dai due fratelli Pietro e Fausto, aveva venduto alla chiesa un baldacchino di seta, preparato da Fausto, per la somma di 1.000 lire, acquistato dal notaio del tempo, Vincenzo Cobelli. Successe che il titolare di un’altra ditta simile, Domenico Lettieri di Napoli, trovatosi a Nocera, proprio in chiesa dichiarò al Cobelli che il baldacchino che aveva acquistato era di falsa seta. Ne era così sicuro, che lo mise anche per iscritto. Pietro Tanfani, che era un uomo onesto, siccome nel frattempo il fratello Fausto era morto, saputo quanto successo, giunse a Nocera con una stoffa di paragone, per verificare se quanto asserito dal Lettieri corrispondesse a verità. Egli ritenne il baldacchino in seta autentica, così come era stato venduto. Così denunciò il Lattieri chiedendo il risarcimento dei danni morali e promettendo di fare con quei soldi un regalo alla chiesa. Lettieri, davanti alla sicurezza del collega romano, riconobbe di avere torto e si mise d’accordo bonariamente con il Tanfani, consegnandoli 3.000 lire. Poi, il Tanfani non si fece più sentire mostrandosi spesso con orecchie da mercante in merito alla promessa fatta. Allora Vincenzo Cobelli gliela ricordò parecchie volte, finché nel mese di dicembre del 1906 Pietro Tanfani la mantenne. Regalò alla Chiesa di San Giovanni Battista un nuovo tabernacolo, in ottone bronzato. Don Francesco pubblicamente diede il merito di tutto a Vincenzo Cobelli e alle sue insistenze.

Nel mese di giungo del 1907 fu acquistata, in sostituzione della vecchia, una statua di Gesù Cristo Risorto grazie a un'offerta proveniente dal Nord America di Giovanni Mancini fu Michele. Questi aveva mandato un’offerta di 105 lire per l’acquisto di un tabernacolo ma siccome, come visto, questo esisteva già, si optò per la statua suddetta che fu comprata presso la ditta Tanfani di Roma dal notaio Vincenzo Cobelli.
Un anno dopo l’acquisto della statua, nel giugno 1908, fu fatto costruire anche l’armadio per la custodia della stessa, a opera di un maestro falegname del nord Italia, tale Casalonuovo Francesco. Il costo fu di 68,70 lire, di cui 60,70 per il legname e la manifattura e il resto per spese varie (7 lire per i vetri e poi altre piccole cifre per il panno, fermature, “frontizze”, puntine, vernice, ecc.).

Il 10 ottobre 1911 giunsero per abbellire la Chiesa sei croci di bronzo, una di m. 1,35 e le altre di 80 cm., furono acquistate dalla ditta “Giovanni Lamagna e Gregorio Armeno” di Napoli.
Una delle cinque piccole fu offerta dal segretario comunale don Carmine Geraldi e posta sull'altare della Madonna del Carmine. Costò 16,25 lire. Le restanti furono pagate dalla Procura di San Giovanni che spese 60 lire (con lo sconto) per le altre quattro piccole e 40 lire per la grande, destinata ad abbellire l’altare maggiore.
Le spese postali furono di 8 lire.

Il 24 dicembre 1911, vigilia di Natale, giunse a Nocera una statua di S. Giuseppe, acquistata con le offerte della popolazione, in modo particolare delle persone che portavano questo nome.
La statua fu accolta in maniera solenne e dopo una breve processione per le strade principali del paese, guidata dal parroco don Francesco Adamo, fu portata prima nella Chiesa di San Giovanni Battista, dove fu celebrata una messa parata, poi, nella Chiesa di Santa Maria della Pietà della Motta, luogo al quale la statua era destinata.

La Chiesa di San Giovanni Battista sopra il pergamo, così come scrisse don Francesco Pontieri, “difettava del suo paravoce”. L’arciprete, dopo colloqui e pratiche, riunì la Commissione di San Giovanni e il 21 ottobre 1911, d’accordo con lo scultore Antonio Zumbo, si decise di aggiustare il cielo del pergamo per la somma di 500 lire.
Eseguito il lavoro, il 27 dicembre questo fu presentato ai fedeli e poi montato sul pergamo. Infine, il 31 dicembre 1911, fu consegnato.
Esso era di faggio molto stagionato, scolpito e lavorato in oro zecchino.
La spesa fu di 546,50 lire, 500 per il lavoro, 25 come regalo all’autore e 21,50 per il trasporto dalla stazione e l’offerta di vino ai mastri muratori.

Il 20 febbraio 1913 don Francesco Pontieri acquistò dalla ditta “Domenico Torquato” di Napoli (via San Biagio dei Librai n. 45), un piviale con stola di color verde con tutti gli accessori necessari. Il costo fu di 55 lire.
Nei mesi di marzo e aprile del 1913 don Francesco Pontieri fece costruire da un muratore di Roma, a nome Giuseppe del Grande, un grande armadio nella sacrestia della Chiesa di San Giovanni Battista, affinché si potessero conservare meglio gli arredi sacri e anche affinché ciascun parroco avesse ognuno un proprio stipo.
L’armadio, all’interno in abete, esternamente era in legname d'alice, abbellito con cornici di noce. Costò 450 lire, più 10 lire di spese “impreviste”.
Nel mese di dicembre del 1913 don Francesco Pontieri, per la somma totale di 50 lire, acquistò a Parma la cassetta di metallo dorato per il SS. Viatico e, in più, quattro fiori di porcellana, un purificatore di cristallo dorato e un rituale.
Successivamente, nei giorni 22, 23 e 24 dicembre fu fatto costruire un “grandioso” (come lo definì don Francesco) pannetto di “satinè lucido” per la cappella del SS. Sacramento.
Furono impiegati 18 metri di stoffa (a 2 lire al metro), per la lavorazione si spesero in tutto 43 lire.

Nell'aprile del 1914 la Commissione di San Giovanni Battista decise di far costruire 14 nuovi banchi per la chiesa da porre all'entrata tra gli altari di San Giuseppe e di San Francesco di Paola. Fu incaricato di seguire la fabbricazione il consigliere della Commissione Florestano Procida che li ordinò al falegname Valerio De Giorgio di Giuseppe.
Questi comprò il legname insieme a quello occorrente per le nuove vetrate e per la soffitta nella sagrestia spendendo 532,65 lire e intestando il mandato ad Adamo Saverio fu Domenico. Il legname scelto fu tutto di alice per i banchi.
Per l’acquisto degli adornamenti dei due banchi primi nelle due file, furono pagate 16,65 lire. La somma totale spesa fu di lire 203,60 compresa la manodopera. Il pagamento fu effettuato con mandato n. 13 del 30 marzo, intestato a Ferlaino Giuseppe fu Saverio quale incaricato del De Giorgio.
Le colonnine lavorate al tornio per i banchi furono fatte arrivare da Napoli e costarono 52,75 lire. Il mandato fu intestato a Mancini Giuseppe.

Nel 1914, durante il mese mariano, molte signore devote di Nocera pensarono di acquistare un quadro con l'immagine di Maria Ausiliatrice da regalare alla Chiesa di San Giovanni Battista.
Furono le signore donna Peppina Sangiovanni fu Lorenzo e donna Rachele Rossi fu Giuseppe a raccogliere le offerte che produssero 31,30 lire. Una bella somma, ben oltre il valore del quadro che si aveva in mente di comprare. Così, le donne pensarono di donare al suo posto la statua, incaricando don Francesco Pontieri.
Questi fece un giro di ricognizione per effettuare il migliore acquisto. “Scrissi in Torino – appuntò don Francesco - per la Madonna del d. Bosco, in Milano e Napoli ed in Lecce allo scultore Carmelo Bruno, col quale contrattai per la somma di lire 120, più le spese di ferrovia lire 10,75 e per una tassa lire 1,0. Totale L. 131,75”.
La statua giunse a Nocera il 22 settembre e fu benedetta il 23.

Le otto vetrate della Chiesa (le due del coro e quelle delle cappelle del SS. Crocefisso, SS. Rosario e del SS. Sacramento, nel 1914, risultavano alquanto malandate, “poiché erano assai vecchie e consunte”, così come scrisse don Francesco Pontieri. Allora la Commissione di San Giovanni Battista, riunitasi, il 30 agosto deliberò all’unanimità i lavori per delle nuove
vetrate e “una decente soffitta nella sacrestia con tavoloni di alice e tavole di abete”. Don Francesco si mise subito all’opera e in breve i lavori furono ultimati dal mastro Giuseppe Gigliotti fu Giovanni e da suo figlio Vincenzo.
Nelle vetrate del coro e nelle altre due del SS. Sacramento e del Rosario don Francesco fece mettere i vetri colorati “per miglior adornamento e maestà alla casa di Dio”.
I Gigliotti furono retribuiti per 46 giorni il padre (a 3 lire al giorno per un totale di 138 lire) e per 41 il figlio (a 1,50 lire al giorno per un totale di 61,50 lire).
Due giornate lavorative ciascuno i Gigliotti le prestarono gratuitamente in omaggio a S. Giovanni Battista.
I mastri muratori furono Francesco Cabano fu Vincenzo e Giovanni Macchione fu Giuseppe.
La sacrestia fu abbellita da Federico Cavaliere.
La retribuzione dei tre ammontò a 71,50 lire.
Don Francesco fece eseguire molti altri lavori in chiesa e, in modo particolare, sulla coperture sia della chiesa che della sacrestia (dove, tra l’altro, fu messo un buon lume).

Il 25 gennaio 1915, alle 9 di sera, si abbattè sulla cupola della Chiesa di San Giovanni Battista un fulmine, che provocò vari danni.
A Nocera da moltissimi giorni il tempo era cattivo, con qualche pioggia.
Quella sera, si sentì fortissimo un boato, poi si scatenarono acqua e vento in una bufera. “Sembrava fosse venuta la fine del mondo e che già fosse suonata l'ultima ora”, scrisse don Francesco Pontieri. La gente uscì tutta fuori dalle case, terrorizzata. E si scoprì che il boato era derivato da un fulmine che si era abbattuto sulla cupola danneggiandola in molti punti.
Il cupolino era spezzato a metà.
All’interno, fu danneggiato il lampadario sopra l’altare maggiore, donato alla chiesa da Ortensio Lento di Annibale, nipote dello stesso don Francesco, che lo aveva pagato 10 lire.
Purtroppo anche le vetrate nuove di zecca, comprese quelle colorate, apposte appena da circa un mese si erano tutte infrante.
Tutte le tegole e il legname della copertura della chiesa furono fatti in pezzi.
Anche la sagrestia, appena restaurata, presentò la copertura sfondata dai tanti pezzi di pietra caduti dai cornicioni che finirono anche sul soffitto.
Il campanile fu danneggiato dalla parte superiore dove si formarono due grossi buchi provocati dalla scarica elettrica che finì poi sulla porta della Chiesa di San Martino, rovinando anch’essa, e sulla condotta dell’acqua potabile, ridotte in tre pezzi.
Peccato ! Peccato! oh quanti immensi e gravi danni”, scrisse don Francesco.
Il popolo, tutti i presenti piangevano invocando perdono alla misericordia di Dio ed al grande nostro protettore San Giovanni Battista, la di cui statua stava anche cadendo e si pose sull'altare dell'Immacolata ed il giorno d'appresso in pubblica venerazione nel dentro della Chiesa, avanti la Cappella del SS.mo Sacramento”.
Nel vedere tanti danni le lagrime mi uscirono in diffusa dagli occhi, mi si spezzò il cuore e rimasi in ginocchio. non avevo più la forza di parlare pensando a tutti i lavori, a tutte le spese immense fatte per portare in quello stato invidiabile la nostra bella chiesa e poi in un attimo in un minuto secondo nuovamente devastata, danneggiata. ma il male era successo, mi presi d'animo, di coraggio e mi fidai della divina volontà e all'aiuto potente del suo inclito precursore...
Così, in appena due giorni, don Francesco comprò il legname e circa 3.000 tegole, alle quali se ne aggiunsero altre 643 regalate da don Francesco Mancini fu Carlo, proprietario terriero, per portare le prime riparazioni ed evitare che cadesse la lamia e il tetto. Poi, in cinque giorni, furono rimessi i vetri e di seguito furono apportate altre riparazioni e migliorie. Restavano da restaurare solo la cupola e il cupolino, ma per essa serviva una grande quantità di legname. Don Francesco, però, non si perse d’animo.
Comprò tegole e legname in quantità. Buona parte fu donata anche da alcuni proprietari noceresi. Comprò, inoltre, vetri bianchi e colorati, calce, ferro. Fece venire da Napoli 1.580 regiole e assicurò 8 maestri. Poi iniziarono i lavori che durarono molto ma furono portati avanti con continuità, dal 30 aprile al 3 luglio 1915. Sulla cupola fu apposta una “palla” comprata a Napoli.
I maestri più impiegati nei vari lavori furono Francesco Cabano fu Vincenzo, Giuseppe Gigliotti fu Giovanni, Emmanuele Mancini di Pasquale, Francesco Costanzo fu Francesco per otto giorni, Francesco Saverio (assistente manovale), Francesco Mancini di Giuseppe, Vincenzo Gigliotti di Giuseppe e Vincenzo Cabano di Francesco.
La spesa per tutti i lavori eseguiti fu di 3.257,70 lire.
Restavano a quel punto da aggiustare i gradini di marmo sull’altare ed effettuare qualche altra riparazione di lieve entità.
Nei giorni 28 e 29 ottobre 1915 i gradini di marmo all'altare maggiore (giunti da Napoli) risultavano già messi. Con la messa in opera si spese 54,15 lire. Il lavoro fu eseguito dal maestro muratore Francesco Cabano fu Vincenzo.
Nel frontespizio della cupola fu riportata l'inserzione “anno domini MCMXVI”.
E, aggiunse don Francesco, “anco nel centro della palla 1916 dinotando l'anno della costruzione di essa e ciò sotto la mia gestione di arciprete parroco e di presidente della commissione di San Giovanni Battista”.

Nel giugno del 1916 furono fatte restaurare su iniziativa di don Francesco Pontieri le due statue di San Giovanni Battista presenti nella chiesa, una grande e una piccola.
Il lavoro fu eseguito da un artista decoratore della ditta “Mungo” di Lecce, Rollo Francesco Orazio fu Gabriele, per la somma di 110 lire, più un’altra piccola somma come regalo.
Il tutto fu pagato grazie a un’offerta a S. Giovanni di una devota di Nocera che offrì 125 lire destinate solo ed esclusivamente al restauro, come ella desiderava.
“Inoltre sono state spese altre L. 3 per l’andata e ritorno dell’artista per la carrozza dalla stazione a Nocera e viceversa più L. 7 a Pasquale Sirianni per la costruzione di uno scarabattolo piccolo per la conserva della statuetta di San Giovanni, di vetri e di altre cosette”.

Dal 4 al 14 ottobre 1916 furono costruiti ai lati e davanti la facciata della Chiesa dei marciapiedi.
Fu un lavoro indispensabile in quanto i “muri si maltrattavano dalle fondamenta ora per causa della pioggia, ora per causa dei maiali che scavavano la terra, ora per causa di monelli molto tristi...”, riportò don Francesco.
I nuovi marciapiedi furono costruiti con il parere favorevole della Commissione di San Giovanni Battista con pietrine di marmo in mosaico con l'iscrizione al centro dell'anno 1916.
Autori dell’opera furono il mastro Emanuele Mancini di Pasquale con l’aiuto di suo fratello Pasquale, di due manovali e di altre assistenze.
La spesa fu di 376, 50 lire, oltre la calce, “che era depositata nella fossa di San Giovanni”.

Nell'aprile del 1917 fu acquistata una nuova statua dell'Addolorata "perchè logora e contusa quella che vi era". Di quest’ultima, il vescovo Giuseppe Leo, ne aveva ordinato “il bruciamento”.
La nuova statua fu acquistata da una ditta di Lecce per la somma di 300 lire, compresa la spesa della spedizione ferroviaria e l'imballaggio, più altre 3,20 lire per il trasporto dalla stazione a Nocera.

Dall'11 giugno al 17 luglio del 1917 don Francesco Pontieri fece restaurare l'esterno della Chiesa con un nuovo intonaco e un nuovo “biancamento”.
Inoltre, fece eseguire “un profondo condotto dietro la sagrestia” per togliere l'umidità che l’affliggeva.
Il lavoro fu eseguito da Emmanuele Mancini di Pasquale. Ci vollero circa 30 tomoli di calce e tantissima sabbia oltre ad altro materiale che già era depositato nei pressi della chiesa.
La somma spesa fu di 651,65 lire.
Il 25 settembre 1917, dalla ditta “Domenico Torquato” in Napoli Via Duomo, n. 280, don Francesco Pontieri acquistò una pianeta di seta color violaceo con una borsa e un velo color verde del valore complessivo di 38,80 lire più 70 lire di spese postali.

Dal 15 settembre al 2 ottobre furono eseguiti alcuni urgenti lavori sulla cupola e per la riparazione della scala del campanile e di pulitura sulla copertura.
Dopo la caduta del fulmine sulla cupola della Chiesa di San Giovanni del 25 gennaio 1915, infatti, nonostante tre restauri con grosse spese, i problemi non erano finiti.
A causa di un’erba alta cresciuta sul cupolino, da qui penetrava dell’acqua che portava umidità. Quando pioveva gocce di pioggia cadevano anche sull’altare maggiore. Allora don Francesco corse ai rimedi. Sotto la direzione del sig. Greco di Catanzaro, assistente nei lavori presso il fiume Rivale, fece eseguire i lavori necessari. In questa occasione, inoltre, fu impiantata una “palla a globo” anche sul cupolino del campanile, comprata a Napoli come la precedente, che con le spese di spedizione ferroviaria costò 44,55 lire.
La spesa degli altri lavori, a carico della Procura di San Giovanni Battista, oltre al legno, alla calce, alla sabbia, alle tegole e ad altre cose che già si trovavano in chiesa fu di 1.156, 45 lire. Compreso il globo, la spesa totale fu dunque di 1.200,90.

Nel mese di dicembre 1922 don Francesco Pontieri, in vista del Natale, acquistò per la Chiesa un presepe. Costò 277,70 lire e fu fatto giungere da Milano dalla ditta Raffaelli. Molti di questi pastori ancora si conservano e fanno parte del presepe che annualmente si costruisce nella chiesa.

Nel mese di febbraio 1923 don Francesco Pontieri acquistò dalla ditta "Vincenzo Leone" di Napoli un lampadario di ottone fuso che fu pagato da Ortensio Lento 250 lire più 45 per le spese e che fu “ messo con filo di ferro di m. 8 nel cornicione del cupolone”.
In più giunsero due candelieri di ottone a sette fiamme ciascuno, pagati 152 lire dalla signora Angela Sposato fu Pasquale che mandò il danaro al fratello parroco don Nicola e destinati dalla devota all'altare della SS. Vergine del Carmine.
Inoltre, furono comprati altri due candelieri con un putto di ottone con sette fiamme ciascuno pagati da Federico Caputo 287,50 lire e due palme di ferro smaltato con relative giarrette acquistate da don Carmine Geraldi per l'altare della SS. Vergine del Carmine.

Il 13 giugno 1925 don Francesco Pontieri, a nome della Commissione di San Giovanni, sottoscrisse un contratto con il pittore Giorgio Pinna di Nicastro per decorare gli interni della Chiesa di San Giovanni Battista.
Fu scelta una decorazione a smalto per i pilastri portanti e a tempera per i fondi.
Il lavoro fu progettato da Ignazio Ventura.
Con Pinna ci si accordò su una spesa di 40.000 lire per tutti i materiali riguardanti l’opera pittorica mentre tutto il resto (maestri, calce, sabbia, gesso, cemento, legname, impaliature, fabbro, ferro ecc.) sarebbero stati a carico della Procura di San Giovanni.
I lavori iniziarono il 13 luglio quando fu segato il legname occorrente.
Il 29 agosto iniziarono quelli di raschiatura.

Il 1° luglio 1926 fu fatta giungere dalla ditta di Carmelo Bruno di Lecce la statua del Sacro Cuore di Gesù per la somma di 450,00 lire che fu pagata con le offerte delle persone appartenenti all'Apostolato della Preghiera.
Il trasporto per ferrovia da Lecce alla stazione di Nocera costò 50 lire. Dalla stazione a Nocera costò 5,20 lire.

Il 14 novembre 1926, il maestro Pinna portò a termine i lavori a lui affidati e che furono "collaudati" dall'ing. Ignazio Ventura. Avendoli eseguiti alla perfezione, la Commissione deliberò a favore del pittore una gratificazione di 2.000 lire.
In precedenza per la decorazione erano state spese altre 2.200 e quindi si arrivò a un totale di 42.200 lire (40.000 erano state già pattuite).
A queste si aggiunsero altre spese per legname, materiale vario, muratori e manovali.
In totale, per i lavori di decorazione e altre spese occorrenti si spesero in tutto 55.727,65 lire.
Dopo l’ultimazione dei lavori di decorazione, durati 15 mesi, il prof. Ernesto Pontieri, nipote di don Francesco, scrisse con data 20 aprile 1926 un articolo per il giornale “Brutium”.
Pontieri definì il lavoro del “giovane artista” “opera varia e complessa in quanto non si trattava esclusivamente di una semplice decorazione parietale” ma “bisogna badare innanzitutto alla tonalità architettonica della Chiesa, prima di procedere alla decorazione di alcune parti e all’ornamentazione”.
Sicché nelle parti destinate a marmorizzamenti a doratura o a verniciatura a stucco, a decorazioni floreali o simboliche, ecc., ovvero a semplice riquadratura o colorazione (nave centrale, abside, coro, cappella del Crocefisso e dell’Addolorata)” non si è operato “con vivacità di tinte o cervellotiche ornamentazioni ma sobrietà, buon gusto, senso d’arte”.
Invece nelle altre parti della Chiesa vi è un vero lavoro a pennello di fantasia creativa”.
A lavoro ultimato, il plauso del prof. Pontieri va a ogni aspetto del lavoro eseguito da Pinna, con una chiesa che presenta particolari aspetti molto suggestivi, con gli “Evangelisti dei quattro pennacchi ispirati a tipi classici del genere; o nel David o nella Santa Cecilia che, posti difronte l’uno all’altro ornano i due frontoni semicircolari della parete a cui è appoggiato l’organo; e per ultimo le figure del SS. Redentore e di S. Francesco d’Assisi quasi consumato dalla fiamma di amore per Dio e per le creature.
In tal ordine della decorazione rientrano ancora la cappella del Santissimo e quella del Rosario, alle quali, e soprattutto alla prima, si è voluto riservare una particolare e più squisita opera di ornamentazione.
Nella Cappella del Santissimo si osserva non solo il trionfo di Cristo, verso cui procedono gli apostoli, tutti compresi della possanza della missione loro affidata, ma anche la elegante colorazione delle pareti, ove spiccano, fra gli altri, motivi simbolici relativi all’Eucarestia.
Nella cappella del Rosario, invece, oltre i simboli floreali che rispondono alle esultazioni lauretane della Vergine, vi sono le quattro virtù cardinali che riempiono gli spicchi della cupoletta, squisitamente abbozzati ed eseguiti.
Bisogna dunque rallegrarsi vivamente col Pinna per questo suo lavoro, materiato di senso d’arte non comune, di passione e di onestà...” .

Nel febbraio 1927 don Francesco Pontieri, essendo le "vetrine delle ninfe" della Chiesa alquanto consunte e malandate, le fece rivestire, affrontando una spesa di 595,80 lire.
Inoltre, nel seguente mese di maggio, per non fare sbiadire i colori di decorazione dell’organo e della chiesa, fece costruire anche per essi le rispettive tendine, spendendo 224 lire, presso Zanni Giovanni di Domenico, che vendette la maggior parte della stoffa occorrente mentre qualche altra buona per i lavori era già giacente in chiesa.
Sempre nel mese di maggio, furono aggiunti a quelli già esistenti altri sei banchi destinati alla donne. Furono costruiti dal falegname Giuseppe Gigliotti e dal figlio Giacomo. Il legname era già di proprietà della chiesa mentre un’altra piccola parte di legno di abete lo acquistò Saverio Adamo fu Domenico,
Altri quattro banchi per le donne don Francesco Pontieri li aveva fatti costruire, qualche anno prima, dal falegname Antonio Cabano di Francesco. Così, in tutto, oltre a quegli degli uomini, si giunse a dieci banchi in totale per le donne.
I nuovi sei banchi costarono 258,50 lire. Il mandato di pagamento fu intestato ad Adamo Saverio fu Domenico.

Nel mese di novembre del 1928 furono acquistati altri pastori per costruire il presepio, furono acquistati dalla ditta Antonio Ruffo di Milano altri 16 dell'altezza di 40 cm. Comprò, inoltre, la riproduzione di un castello, di un paese e di un ponte. La spesa fu di 217,10 lire, comprese quelle ferroviarie e di posta. Inoltre, presso la stessa ditta, furono fatti acquisti di altri oggetti per altre 96,60 lire, raggiungendo il totale di 313,70 lire.
Alla fine ne venne fuori un bel presepio.
Don Francesco, pur poco contento del “trattamento”, commentò: “Essi pastori, quantunque cari, sono a tutti piaciuti...”.

Altri dieci pastori nuovi al costo di lire 74,00 furono comprati nel 1934 dalla ditta Bertarelli" di Milano.

Il 27 giugno 1936, in un giorno di forte pioggia, nel pomeriggio, verso le ore 14, una folgore “a colpo secco”, danneggiò, per la seconda volta, la parte che volge verso il Destro della cupola della Chiesa di San Giovanni Battista. Si frantumarono tutte le tegole della Cappella del SS. Crocefisso.
Mi addolorò il danno causato dal fulmine che per la riparazione difficile vi vorrà gran lavoro e spesa enorme per tutto l'occorrente e del lavoro ma il Signore e San Giovanni provvederanno!....”.
Comunque, cessata finalmente la pioggia, dopo tre giorni don Francesco fece sostituire le tegole mancanti, dal 1 agosto al 25 settembre 1936, furono eseguiti i lavori di riparazioni alla cupola.
In tutto furono spese 2.398,70 lire. Il mandato fu intestato ad Adamo Saverio fu Domenico in data 26 settembre.
Questa spesa, si aggiunse a quella delle prime riparazioni sulla Cappella del SS. Crocefisso, pagate con mandato del 3 agosto intestato anch’esso a Saverio Adamo, che furono contabilizzate in 132,00 lire.
Il totale, dunque, fu di 2.530,70 lire, compresa l'assicurazione all'Istituto Nazionale Fascista di Catanzaro.
Il maestro muratore fu Francesco Rainiere di Gregorio, definito da don Francesco un “bravo artista”. Il falegname che costruì l'impalcatura fu Giuseppe Gigliotti fu Giovanni, coadiuvato da suo figlio Giacomino.

Nel 1938, considerato che nella Chiesa matrice diventava sempre più necessario l'installazione di un impianto di luce elettrica, don Francesco Pontieri decise di fare eseguire tale lavoro. L’incarico fu dato a Ortensio Ianni di Domenico, coadiuvato da Giovanni Clausi. Furono spese 1.180, 70 lire. In questa cifra non erano comprese le spese riguardo “le lampadine, le cedre, i coltelli di comunicazioni, parte dei cordoni ed altri attrezzi”, precedentemente acquistati dall’arciprete.
L’impianto funzionò alla perfezione.

Nel mese di febbraio del 1940, a causa delle incessanti piogge, si notò che nell'interno dell cupola, dal lato del Destro, si erano verificate delle infiltrazioni di acqua. Don Francesco si adoperò per le riparazioni di rito, spendendo tra materiale e manodopera 270,05 lire, con mandato di pagamenti intestato ad Adamo Saverio in data 1 marzo 1940.
Ma non era ancora finita.
Il 14 agosto dello stesso anno, in piena estate, si abbatté sulla chiesa un’altra sventura. Al mattino, verso le 11,30, si sviluppò un forte temporale con potenti scariche elettriche e il “solito” fulmine si scaricò sulla cupola, danneggiandola gravemente all’esterno. “Quanto lavoro ogni giorno!”, scrisse don Francesco.

Nel 1941 don Francesco Pontieri, considerando la necessità nella chiesa di nuovi banchi, con il legname di pioppo rimasto inutilizzato nei precedenti lavori, ne fece costruire altri sei dal falegname Giuseppe Gigliotti fu Giovanni, che impiegò 18 giornate lavorative al costo di 15 lire al giorno e per un totale, quindi, di 270 lire.
Altre spese furono costituite da due giornate lavorative pagate a un suo nipote per 16 lire in totale e 5 lire per mezzo kg. di colla avute da Saverio Adamo.
Il mandato di pagamento fu intestato al sacrestano Mendicino Giuseppe di Lorenzo.
Di seguito, nel dicembre 1942, don Francesco fece restaurare un ternario (una pianeta e due tonachelle) in seta bianca con ricami in seta e oro fino che il tempo aveva ridotto in cattive condizioni.
Secondo la tradizione, questo ternario era stato acquistato per la Chiesa di San Giovanni dal parroco Alberico Odoardi intorno alla metà del 1800.
Il ternario fu rimesso a nuovo dalle suore di San Giuseppe di Mileto, specializzate nei lavori di restauro di antichi preziosi paramenti liturgici e che erano state indicate a don Francesco dal vescovo. Le suore rifecero su una nuova stoffa di seta reale il vecchio ricamo, ricostruendolo dove esso mancava.
Il lavoro per la pianeta costò 91 lire, quello per le tonacelle 2.300 lire. A queste, si aggiunsero altre piccole spese.
“Tale ternario, rifatto e restaurato, rappresenta uno dei più preziosi arredi di questa Chiesa Matrice”, scrisse don Francesco. E fu questo l'ultimo appunto di Don Francesco Pontieri.

Nel 1953, alla morte dell'arciprete don Nicola Sposato, parroco dal 1900 e arciprete dal 1945, fu eletto nuovo arciprete don Giovanni Posa.


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