L’inizio dei ricordi più antichi, in ogni bambino di Nocera, come in tutti i bambini, lo si scopre, cosa più, cosa meno, risalendo a quando la sua ancora tenera età, a contarla, poteva far scoccare le dita di una sola mano, al massimo sconfinando in sei: è a partire dal risultato di quell’infantile conteggio degli anni, che inizia il ricordo, ricordo vago e malfermo nelle immagini, come vitree pietruzze viste sott’acqua, nuotando in apnea. E la mente sfoglia in un album che è un albero di foglie già gialle, il primo giorno di scuola, la prima matita e il quadernino, il deamicisiano vecchio maestro e l’umidiccia prima aula, al caldo dei bracieri. E la prima squadra di calcio attaccata sul letto, o la prima bambola poggiata sul cuscino, il primo sognato campione, che negli anni a seguire nessun Achille novello avrebbe mai potuto scalfire, o la prima attrice invidiata di un fotoromanzo, che nessuna moderna top model avrebbe mai potuto eguagliare, e poi l’uscita di scuola e, non importa se femminuccia o maschio, le corse da San Francesco “eppennino”. E le messe in silenzio, perché il buon don Alfredo guardava storto, per sembrare severo.

E poi, poi, cos’altro ricordi? La prima cardata. A riaprire il ricordo, non se puoi, ma se vuoi, la risenti: il trambusto del tuono e il frastuono dell’urto.

Già, la prima cardata. Tutti abbiamo sentito una prima cardata. Secca, rimbalzante nella prima asciutta aria primaverile, né calda né fredda, di un primo Sabato Santo, rumore fragrante e rosseggiante, pronta a colorare la strada, di irregolari rivoli di un disegno infinito. Trama amaranto e brillante, che scivola via e vorrebbe non finire, che nessun pittore potrebbe mai tracciare, tanti sono i disegni, gli schizzi e i meandri, trama che vorrebbe restare sul selciato come esempio o ringraziamento eterno, ma sa che asciugherà e scolorirà, per acqua o per sole, ma che sa, anche, che a distanza di un anno, imperterrita, indefessa, alacre, tornerà e più brillante ed inesausta di prima.

Tutti abbiamo sentito una prima cardata. Un suono mai finito, che non se n’è mai andato, non si è mai perduto, che non è mai svanito, che ci è rimasto per sempre nelle orecchie, come il sangue che schizzava ci è rimasto negli occhi.

La prima cardata, e noi bambini incuranti di sporcarci le scarpe tutte nuove e tutte belle della festa, con i puntini tutti rossi sulla camicetta tutta bianca e bell’e stirata.

La prima cardata, e noi a intrufolare le teste “scrozzate” da poco dal barbiere tra barriere di gambe, tra muri di braccia, come lucertole curiose fuori dal buco nella nuova stagione.

Quella prima cardata: un botto che sembra incupirsi in sé stesso, che sembra rumore, ma che poi fiorisce e scrive sul pentagramma di ognuno, espandendosi in un suono e poi il suono si fa musica.

Una cardata bussa e l’altra risponde, una domanda e l’altra ribatte, una va e una viene, la cadenza e il ritmo, il rumore antico e tribale.

La cardata, quando è una carezza di vetri, quando è schiaffo violento con la mira ben presa.

Quella prima cardata, quando categorica e autoritaria, quando presuntuosa tentazione di un’esibizione di forza, quando timida e impaurita e poi via via sempre più audace. L’irriverenza del dolore, la scoperta della sua sopportabilità, la ricerca della precisione del colpo in battute senza una gerarchia, uno spartito, un progetto. Nessun repertorio precostituito.

Quella prima cardata: suadente e invitante, senza paura, per la levigata superficie del cardo, cerata e colorata, con punte di vetro in armonia, che rendono lontano il senso di uno strumento di tortura, riducendolo quasi a un mezzo di gioco.

La cardata: l’enigma, il dubbio, il coraggio e la paura, la fede e l’invettiva. La sorpresa di un sangue appena affiorato alle gambe, che appena le batti, schizza saettando nell’aria. Non ne conosci il percorso e l’arrivo. Quale disegno il rivolo formerà.

E’ proprio l’emozione dell’enigma e del dubbio, il rischio dello sbaglio e il sapore suadente del pericolo, che ti affascina che sei un ragazzino e ti spinge a scoprire quel che accade al battere di quel sughero rotondo e irto di vetri, punte benevole o malevole non si sa. Proprio come accadeva ai primordi: un sangue che è il simbolo dell’occulto e del mistero, il simbolo del non visibile. Ma un sangue che, grazie a quel cardo che si può tenere in una mano e lo fa schizzare indirizzandolo di qua e di là, dà l’occasione annuale per essere sfidato e perfino irriso. Senza che il sangue ti sconfigga, ti uccida, perché sei tu, infine quel giorno, a vincerlo e a sopraffarlo.

Sono gli anni in cui prendono forma la poesia, le leggende e il mito del Sabato Santo: gli eroi Vattienti, le loro braccia allargate come per aprirsi in plastico volo, la ricaduta perfetta su cosce e polpacci, lo slancio calibrato, il colpo preciso e potente, la corsa spavalda, il coraggio ostentato, la fatica respinta, la paura scacciata, lo sguardo fiero e impavido, a volte anche torvo e accigliato.

Sono gli anni che mai usciranno dalla tua mente, che troveranno sempre un anfratto nella memoria, volteggeranno in un pertugio dell’anima, in uno spigolo di cuore.

Sono gli anni delle prime cardate. Captate in un vicolo, nel cortile del palazzo, sui gradini di una chiesa e imitate in un campo, sull’uscio di casa, su un balcone, in un corridoio. Captate tra una gran folla, una gran confusione, dieci, cento, mille volti. Tutti diversi, ma sempre uguali a sè stessi. Folla informe, folla amorfa. Folla che è tutti e nessuno. Folla che siamo noi. Folla e follia, in un tutt’uno.

E se ritorni per un vicolo, sembra ogni volta di sentire il brusio della gente infinita, il sovrapporsi di volti, la ressa di gambe, di drappi e croci rosse, la banda lontana, la sua musica greve, l’urlo e lo stupore di qualche ragazzina, il rumore e lo strepitio, lo sciacquettio del vino che bagna il selciato, la “botta” e il rimbombo. Colori, rumori, suoni, sogni, segni, corse, urti, spinte, scarpe sbucciate, camicie bianche macchiate, braccia a dare gomitate.

Gli anni passati che ogni notte, nella solitudine di un letto, nel tuo intimo silenzio, vorresti che tornassero e che, miracolosamente, ritornano ogni volta. Anni con i loro volti antichi, con i loro morti, con i loro pianti. Anni che dureranno fin quando noi dureremo.

Adriano Macchione


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