ALLE ORIGINI DEL RITO (parte seconda)

(continuazione...)

Sin dall’avvento del Cristianesimo, per flagellanti s’intendevano gli appartenenti a confraternite o movimenti religiosi che praticavano la penitenza come espiazione, pentimento e mezzo di mortificazione della carne. La flagellazione, praticata da asceti, fu concepita con questo scopo da regole monastiche.

Restano, della pratica, secoli di testimonianze, a partire dall’Anno Mille. Al suo diffondersi contribuirono molteplici aspetti, religiosi, sociali, economici e culturali, periodo dopo periodo. La situazione dell’Europa, per un lungo arco di tempo, fu pessima. Imperversarono guerre, violenze, epidemie, miseria, ignoranza. Nel mondo religioso imperava la superstizione, alimentata dalle prediche di una miriade di frati e monaci pervasi da pregiudizi di ogni genere. Descrivevano l’inferno e castighi terribili per i peccatori e le mirabilie della gioia del paradiso per chi viveva lontano dal peccato. Erano impetuosi e convincenti. Per conquistare il paradiso, dicevano, bisognava punire e mortificare la carne artefice del peccato. Nacque, e si diffuse ovunque, così, la penitenza corporale.

Non tutti erano predicatori invasati. Ci furono anche seguaci della flagellazione di grande spessore culturale.

Tra i laici la penitenza fu favorita da S. Pier Damiani, nato nel 1007 e morto nel 1072, autore di moltissime preghiere e di inni sacri. E, contemporaneamente, da S. Domenico “Loricato”, che trascorse una vita di estrema penitenza adoperando il cilizio. Questo strumento in latino si chiamava “lorica” e il continuo uso che il Santo ne fece gli portò l’appellativo accanto al nome.

La flagellazione si diffuse tra i laici, oltre che come espiazione e mezzo di mortificazione, anche come atto capace di scacciare o allontanare le malattie.

Un altro Santo che la predicò fu Sant’Antonio da Padova, il quale nel 1230 fu il primo sostenitore della Disciplina, una flagellazione operata con un piccolo staffile con il quale ci si batteva le spalle e che presentava all’estremità delle corde alcuni nodi che le rendevano più pesanti e dolorose nell’impatto. La pratica della Disciplina diede origine a vari movimenti, tra i quali quello di grande rilievo alimentato dal frate Raniero Fasani di Perugia.

Fasani, secondo una leggenda, nel 1259 o 1260, dopo che per diciotto anni si era flagellato in solitudine nella sua cella, ebbe delle visioni che lo convinsero a compiere la pratica in pubblico, in modo da riacquistare la benevolenza divina ormai perduta. Flagellazione, quindi, non solo come mezzo penitenziale, ma anche come atto espiatorio per avere dal cielo la pace e la fine di guerre, epidemie, malattie. Fu allora che Fasani iniziò a diffondere la flagellazione in pubblico e fondò la compagnia dei “Disciplinati di Cristo”. Vestito di un sacco avvitato con una fune, usava una disciplina di corregge. Il suo esempio fu subito seguito. Una grande schiera di fedeli si unì a lui, e in breve tempo, prima in tutta Perugia, che accorse in massa, poi nelle campagne e infine nelle regioni vicine, il fenomeno si estese a macchia d’olio per svilupparsi in seguito anche in alcune nazioni europee.

Notizie storiche sicure riportano che il movimento di Raniero Fasani si diffuse a Spoleto, a Roma, in Toscana e in Emilia, mentre fu vietato a Milano, Cremona, Venezia, Ancona, Napoli, nelle Marche e in Sicilia.

Fu un periodo intenso, ma breve. Ben presto il movimento si sciolse come neve al sole. Probabilmente per le troppe sofferenze che si pativano in quel girovagare, soprattutto in inverno a causa del freddo. Si trascinavano tra stenti. Intirizziti dal freddo. Laceri. Stremati.

Contemporaneamente al movimento di Raniero Fasani erano nate anche molte Confraternite. E quando il movimento si dissolse, furono esse che continuarono a svolgere i riti “al chiuso”. Presero i nomi di Flagellanti, Battuti, Battenti, Frustati. Vi appartenevano laici, che sottoscrivevano statuti, si radunavano nelle chiese e nelle cappelle, praticavano la Disciplina, cantavano laudi, operavano con carità cristiana.

Rispetto al movimento di Raniero Fasani, che fu un fenomeno di massa, il nuovo moto risultò più elitario, formato prevalentemente di nobili.

A proposito delle confraternite non si deve credere, come qualche libro riporta, che esse nacquero molti anni dopo il fenomeno di Raniero Fasani. Nel 1261, infatti, a Treviso esistevano già i Battenti. E, in altre città, altre congreghe, la cui esistenza è documentata. Non si faceva uso della sola flagellazione, ma, spesso si dava vita anche a rappresentazioni di Teatro Sacro.

L’uso della flagellazione, dopo il primo grande sviluppo popolare, rimase in seguito solo nelle confraternite che praticavano la carità, come la Compagnia dei Disciplinati del SS. Salvatore, nel Laterano. Si ebbero, poi, anche dei nuovi movimenti collettivi di flagellanti, dei quali alcuni rimasti nella sfera dell’ortodossia e della Disciplina ecclesiastica.

Sono da ricordare quelli del beato Venturino da Bergamo, che risalgono al 1334. Un anno dopo l’inizio della pratica, nel 1335, questi condusse un grande pellegrinaggio di flagellanti da Bergamo a Roma. Caduto però in sospetto da parte della Curia Romana e malvisto da Benedetto XII, fu processato e condannato al divieto di predicazione. Riabilitato da Clemente IV, da questi ebbe l’ordine di predicare a favore delle Crociate. Cosa che Venturino ben fece, scatenando grande entusiasmo. Tanto che, in seguito, fu incaricato egli stesso di condurre a Smirne una colonna di cavalieri.

Nello stesso periodo, un altro movimento di flagellanti fu quello dei Bianchi. Questi erano così chiamati per la loro bianca veste di lino con impressa sul petto una croce rossa. I Bianchi percorsero l’Italia nel 1339.

Andavano in processione dietro un Crocifisso, flagellandosi e cantando, procurando la pacificazione degli animi, invocando la liberazione dei prigionieri.

Il moto, nato a Chieri come reazione ai danni causati dalla guerra tra Savoia e Monferrato, al grido di “pace e misericordia”, si diffuse rapidamente.

In principio il movimento trovò le autorità religiose e politiche avverse, tanto che si verificarono negli accampamenti e nelle sedi delle vere e proprie rappresaglie, con incendi, violenze e lo sterminio degli eventuali superstiti.

In seguito il movimento fu accettato e incontrò i favori di vari signori e delle stesse autorità ecclesiastiche. I Bianchi si divisero in due gruppi principali. Uno si diresse verso la Valle Padana, Venezia e il Friuli e l’altro verso Orvieto, Lucca, Roma. In quest’ultima città si radunarono circa 120.000 pellegrini. I Bianchi, contrariamente a quanto riportato da alcuni testi che affermano che il loro movimento non coinvolse il Meridione, ebbero nuclei anche a Napoli, in Calabria e nella Puglia. Infine, il movimento fu stroncato dalla peste.

Un movimento, quello dei flagellanti, ben radicato in Italia, dunque, e anche abbastanza uniforme. Già a partire dal 1349 i flagellanti vestivano ovunque una tunica, con impresse sul petto e alle spalle una croce rossa e un cappuccio a cono con un’altra croce. Dalla vita partiva un camice bianco che arrivava ai piedi. La tunica, durante la flagellazione, era arrotolata ai fianchi, attorno al collo o dietro le spalle, così la schiena diventava nuda per essere percossa con una frusta a più code annodate che, qualche volta, recava alle estremità anche dei chiodi appuntiti.

Alla sera, alcuni appartenenti alla confraternita radunavano gli abitanti del luogo e predicavano che quel tipo di flagellazione, se fosse durato trentatre giorni e mezzo, tempo simboleggiante l’età di Gesù, avrebbe liberato da ogni peccato.

Le motivazioni che portavano alla flagellazione, nel corso dei secoli, non furono sempre uguali fra loro.

Altri movimenti, pregni di elementi gioachimiti, derivanti, cioè, dalle dottrine di Gioacchino da Fiore, grande teologo, calabrese di Celico, unirono ai significati della flagellazione anche uno spirito eretico che portava a credenze fuori dai Sacramenti della Chiesa, come per esempio ritenere che la flagellazione potesse procurare la remissione dei peccati e dare la salvezza come se fosse un secondo battesimo.

Inoltre, questi movimenti, in qualche caso si contraddistinsero per spirito settario e atti di violenza contro gli ebrei.

Tanto che per queste valenze in antitesi ai dettami della Chiesa, il movimento dei Flagellanti scoppiato nel 1349 in occasione della peste nera, fu condannato da Clemente VI che ne ordinò la repressione.

Altri movimenti nacquero per il verificarsi di calamità naturali. Furono quelli del 1392, ancora per la peste, e quello del 1399, per il terrore dei Turchi. Inoltre, nonostante i molti divieti, nel periodo del grande scisma che caratterizzò l’inizio del Quattrocento, il famoso predicatore S. Vincenzo Ferreri guidò per molti anni nuove schiere di flagellanti. Così, dopo un periodo di lento disuso, la pratica attraversò una fase di ripresa che si verificò anche fuori dall’Italia, in Aragona, Turingia e Bassa Sassonia, con introduzioni di dottrine Wycliffite. Altri grandi movimenti si ebbero ancora nei secoli XVI e XVII, all’epoca della Controriforma. Forse queste pratiche in quel periodo si svilupparono anche a Nocera ed è da lì, che, secondo alcuni, potrebbero derivare gli attuali “Vattienti”.

Un movimento di flagellanti si ebbe anche in Russia con la setta dei Chlysty. Era un gruppo molto folto, fondato nel 1645 da un contadino, Danilo Filippov, nel governatorato di Kostroma. La pratica si diffuse velocemente e durò nel tempo. Da Mosca, che divenne sede principale del movimento, alla Samara e Tambrov, governatorati meridionali. Nel XVIII secolo resistette a vere e proprie persecuzioni. Dal 1870 arrivò anche nel Caucaso. Oltre duecento anni di pratica, quindi, per i flagellanti russi.

Per quanto riguarda la storia della penitenza in Calabria, un dato comune a tutti i periodi in cui fu praticata nella regione, fu la penosa condizione umana e sociale della povera gente nei vari secoli, che fece trovare terreno fertile a ogni sorta di superstizione. Da un lato c’erano un clero potente e pieno di vizi, governanti insensibili e prepotenti, una nobiltà ricca quanto ignorante. Dall’altro, i miseri, senza forza per ribellarsi, senza orgoglio per riscattarsi. E, come se già non bastasse la povertà asfissiante, ecco di volta in volta, stranieri a battagliare su questa regione, soldati di passaggio violenti e senza scrupoli, invasioni, guerre, terremoti, la peste, le molte altre malattie.

Per la triste gente calabrese, l’unica speranza era riposta nella vita dell’Aldilà, così come qualche predicatore induceva a credere.

Volavano parole di fuoco, con la conclusione che quella miserrima esistenza avrebbe potuto avere fine e riscatto solo con la penitenza. Parole di fuoco che erano fatte proprie dalla gente, che si ritrovava unita nella preghiera, nel digiuno e nei riti penitenziali. Queste le condizioni storiche della Calabria al tempo del diffondersi e del perpetuarsi della pratica della flagellazione.

Le prime notizie con certezza storica che ricordano movimenti di flagellazione che si svolsero in Calabria furono quelle risalenti alla seconda metà del XIV secolo su ordine del papa Innocenzo VI da Avignone, e, nella seconda metà del secolo seguente, quelle riguardanti S. Francesco di Paola che ripristinò la pratica anche in un paese vicino, a Paterno Calabro.

Al secolo XVI, poi, appartiene una nuova fenomenologia. Fecero la loro comparsa in Calabria, nel quadro della flagellazione, nuovi riti e funzioni con aspetti pagani che accompagnavano la liturgia cattolica che non si erano mai visti prima di allora.

Anche agli inizi del secolo XVII furono rilevati da parte della Chiesa, e trascritti nei documenti dei Sinodi Diocesani, gruppi di penitenti dalla ritualità e dalla morfologia da definire abbastanza inconsuete, in rapporto a quelle osservate fino a quel momento. Ciò si ripeté nel 1638, quando una vasta zona della Calabria fu colpita da un tremendo terremoto. In questa tragica circostanza, la Chiesa e i fedeli, ormai senza limiti di fantasia, inventarono dei nuovi riti penitenziali pubblici, ancora una volta con una morfologia completamente nuova. Ne esiste un lungo elenco, ma non si riscontra un rito comparabile a quello dei “Vattienti”.

Questi cambiamenti e innovazioni di vario genere nella ritualità della flagellazione avvenuti nel XVI secolo e agli inizi del XVII, pur considerando la loro diversità dagli odierni “Vattienti” di Nocera, secondo alcuni, potrebbero essere considerati un buon motivo per ricondurre le loro origini a quell’epoca.

Sui”Vattienti”, dal punto di vista storico, riguardo alle origini, si è sempre potuto dire ben poco. Se non niente.

Nel 1642, nei documenti del Sinodo di Mileto, compare per la prima volta la parola “Vattienti” ma senza alcun riferimento specifico a Nocera.

A metà del secolo XVII, furono annotati anche dei flagellanti a Nicastro. E nel 1747, nel Sinodo di San Severina arriva una severa condanna per Battenti e Sangelormi, gruppi di flagellanti. Ma sui “Vattienti”, nessun cenno. Eppure i Sangelormi erano i penitenti che più si avvicinavano, nella morfologia, agli odierni “Vattienti” noceresi.

Inoltre, altri movimenti, nella seconda metà del VII secolo, furono quelli di Rossano, Cropani, San Gregorio di Gerace, Aiello Calabro, Briatico e Roccella Ionica.

Nei secoli XVII e XVIII, nel Meridione furono rinfocolate, da missioni di vari Ordini che si propagarono con continuità, le vecchie Confraternite. Le missioni s’infiltrarono nelle campagne, per compiere una vasta operazione di evangelizzazione. La predicazione, al solito, induceva alla penitenza e alla mortificazione della carne. Nelle campagne si rinfocolarono, inoltre, le sopravvivenze delle rappresentazioni del Teatro Sacro medievale. Quest’ultimo, è un altro momento particolarmente importante, al quale si è ipotizzato far risalire l’origine dei “Vattienti”. La ricerca, però, ancora una volta non ha prodotto risultati concreti.

Nocera, naturalmente, fu attraversata nei secoli da molte storie di religione.

Il XV secolo segnò l’arrivo dei frati Agostiniani e dei Minori Conventuali. Questi predicavano la flagellazione e diedero vita a forti sentimenti religiosi. E’ a questa epoca, come vedremo, che qualche studioso ritiene possibile far risalire le origini dei “Vattienti”. E’ importante ricordare che a Nocera sono esistite ben sei Confraternite. Di due di queste si conservano gli statuti che accertano la loro presenza fin dal 1777 ma, sicuramente, esse esistevano da tempi più remoti. Di una di queste due, la Confraternita dell’“Annunciata”, sopravvive anche il testo declamato ancora oggi durante la funzione del “Cireneo”. Tutte queste confraternite, esercitavano la Disciplina.

Infine, bisogna ricordare la presenza, nelle regioni meridionali, per più secoli, dei Padri Passionisti. Arrivavano in missione, solitamente, durante il periodo quaresimale. Le loro prediche, lunghe e rudi, intendevano far riflettere sulla Passione di Cristo e incitavano alla penitenza, che a volte toccava limiti molto cruenti. Loro stessi, non mancavano di dare l’esempio. Al loro passaggio, in tutto il Sud, lasciavano in ricordo la costruzione di Calvari, in cemento e mattoni, posti solitamente presso le vie d’accesso ai paesi, o di croci, in ferro o legno. Come diremo anche in altra parte di quest’opera, successe anche a Nocera. Si contarono ben cinque “Calvari”. Oggi resta una croce in ferro nella via principale del paese, ben visibile, fatta erigere il 9 aprile 1911 da alcuni Padri Passionisti giunti in paese l’anno prima dalla vicina Laurignano. Chi dice fossero tre, chi dice quattro. Per certo furono chiamati dai quattro parroci locali per risvegliare in paese un moto religioso che andava appassendo. Questi monaci insegnavano il catechismo, facevano eseguire ai giovani esercizi spirituali, inscenavano processioni, praticavano la penitenza corporale battendosi sulle spalle con delle corde alle estremità delle quali erano attaccati mazzetti di ferri. La Croce in ferro, però, non è il solo ricordo della loro missione. Restano, infatti, anche molte delle canzoni introdotte da loro, come per esempio, “Mira il tuo popolo, bella Signora...”. Comunque, dopo due secoli di attività, queste missioni erano ormai in forte decadenza. Non avevano più il grande effetto trainante dei tempi precedenti. In paese, per i Padri Passionisti di Laurignano, furono composti anche dei versi dialettali, irridenti e che, con molta ironia, lasciavano un’ombra sul loro comportamento non proprio distaccato nei confronti di alcune donne del paese.

Per quanto riguarda le radici del rito dei “Vattienti”di Nocera, gli enunciati forniti dagli studiosi, fino a oggi, sono due e molto diversi tra loro. Comunque nessuna risposta è risultata mai valida in senso assoluto in quanto mai è stata svolta un’indagine approfondita sulle origini del rito. Si può ritrovare, infatti, appena qualche breve cenno sparso su qualche raro libro. Sufficiente solo per fare passare alle cronache paesane della festa questo o quel luminare per le poche parole scritte. In paese, è stato più il tempo che si è impiegato a citare queste brevi dissertazioni frettolosamente scritte e sempre riprese e riportate, che il tempo impiegato per fare nuove ricerche.

Comunque, a oggi, come appena detto, sulla nascita dei “Vattienti” sono state prodotte due tesi: una che enuncia origini pagane e una tendente a far risalire le loro origini alle pratiche penitenziali del Medioevo.

Quest’ultima è quella che ha avuto il maggior numero di assertori.

In molti, infatti, sono dell’opinione che il rito dei “Vattienti” debba riportarsi in quel contesto storico, alle pratiche penitenziali del Medioevo. A Nocera, ritiene qualche studioso, la flagellazione fu portata da predicatori popolari che, rifacendosi a Raniero Fasani, la consigliavano come antidoto al peccato o come espiazione di esso. Secondo questa opinione, la flagellazione nel paese fu introdotta nel XIV secolo, periodo in cui si notarono in tutta l’Italia meridionale compagnie di flagellanti, oppure nel XV secolo, periodo particolarmente denso di fervore religioso per i noceresi grazie all’arrivo dei frati Agostiniani e dei Minori Conventuali. Questi assecondavano la flagellazione poiché la consideravano azione meritoria nel giudizio di Dio.

In questi secoli, la flagellazione avveniva mediante fustigazione sulle spalle o sulla schiena, al chiuso delle chiese. A volte si svolgeva anche all’aperto, fuori dalle chiese, durante la Settimana Santa o in momenti di particolari calamità. Difficile, nella descrizione di quei flagellanti, trovare elementi simili a quelli che si riscontrano nei “Vattienti”.

La tesi pagana, invece, riporta che le origini del rito non sono né medievali, né cristiane. I “Vattienti”, secondo questi assunti, riportano ai riti per propiziare la fecondità della terra con l’offerta del sangue da parte del sacerdote e a quelli per la morte e la resurrezione del dio Attis. Sarebbero la continuazione, inconsapevole, di un culto pagano trasformato attraverso i secoli in cristiano. Infatti, riporta Antonino Basile “...non è meraviglia che sopravviva ancora in un vecchio paese della Calabria il rito antichissimo del sangue: originario per la morte di Adone e per la sua resurrezione e per la morte e la resurrezione di Attis esso rimane in Nocera, ma adottato alla commemorazione della morte e della resurrezione del Cristo, come sopravvivenza o meglio reviviscenza”.

Dopo quanto appena detto, appare chiaro che ci sono delle corrispondenze tra il rito di Attis e Cibele e i riti religiosi della Settimana Santa e in particolare quelli Nocera.

Abbastanza relazionabile alla Domenica delle Palme è la processione iniziale dei “Cannofori”, ossia “Portatori di canne”. Rappresentava “l’ingresso degli alberi” ed era celebrata, come detto, per ricordare, l'incontro di Attis con Cibele o il ritrovamento di Attis, alla sua nascita, in un canneto.

Di seguito, nel corso delle celebrazioni, iniziava un periodo di astinenza, tipico del secondo digiuno della Settimana Santa. Poi, si abbatteva un pino, rappresentante la morte del dio Attis, che, avvolto di bende e ornato di violette, veniva portato al tempio. Nel giorno detto “Sanguinis”, i Galli si flagellavano a sangue. Facile, qui, relazionarsi ai “Vattienti”.

Ma non è ancora finita. Dopo la morte, si annunciava la resurrezione, passando da un sentimento di dolore a uno di smodata gioia. A tal proposito, è da ricordare che a Nocera, fino a metà degli Anni “60, durante la Messa della notte prima di Pasqua, al suono della “Gloria” che annunciava la Resurrezione, in chiesa molti fedeli si abbandonavano a un entusiasmo sfrenato, saltando sui banchi, rovesciandoli, battendo su essi con bastoni e ferri. Da notare, infine, che durante le feste di Attis e Cibele (così come durante le feste di Bacco, Demetra ecc.), era in uso mangiare dei particolari dolci. Erano sostanziose ciambelle dove il buco era chiuso da un uovo sodo. Significavano il simbolo pagano della femminilità. Erano, in pratica, le odierne “cuzzupe”, ancora oggi in uso a Nocera e in molti altri paesi della Calabria.

La traccia più visibile in comune con gli antichi riti pagani e l’attuale Settimana Santa di Nocera, comunque, è costituita dai “piatti”, relazionabili, secondo la maggior parte degli studiosi, a quelli dei “Giardini di Adone”, in quanto a essi del tutto simili.

I “piatti”, inoltre, erano presenti anche nella ritualità del culto di Cerere, della quale abbiamo già parlato.

Cerere si potrebbe rapportare alla storia di Terina, in quanto ritenuta la madre di Proserpina ed Ecate. Quest’ultima, secondo alcuni studiosi, in Terina si adorava attraverso il nome di Pandina, una divinità locale importata da alcuni centri vicini. E infatti, in una moneta di Terina, Pandina era rappresentata con il flagello, tipico di Ecate. Inoltre, c’è da aggiungere che Ecate fu chiamata da Varrone con il nome di Panda.

Oltre a questi, esistono poi altri elementi pagani presenti nella festa di oggi.

Nel rito dei “Vattienti” è risaputa l’usanza, da parte del flagellante, di segnare durante il suo “giro” le case dei parenti e degli amici, le porte delle chiese e altri edifici e il petto e le spalle dell’“Acciomu” con il sangue fuoriuscito dalle gambe. Sul perché di questo gesto si è molto discusso, con osservazioni, rilievi, ricerche. E qualche studioso l’ha considerato per suffragare ulteriormente origini pagane del rito. Certamente, tale fase, richiama un’usanza precristiana. Trovare correlazioni tra questa precisa ritualità precristiana e i “Vattienti”, però, è operazione dagli esiti incerti. Il perché lo si deduce senza equivoco. Se si riguardano alcune tradizioni in uso in molte popolazioni non cristiane, si noterà che la pratica del sangue per segnare le case è molto diffusa, ma sempre con motivazioni ben diverse da quelle che si riscontrano nel segno lasciato dai “Vattienti”.

In Indonesia, per fare un esempio, i Toraja dell’isola di Celebes, quando tagliano un albero per costruire un alloggio, credono che nel legno rimanga lo spirito silvano e quindi, prima di entrare nella casa nuova, per ossequio a questo spirito, uccidono un agnello o un bufalo e cospargono del suo sangue la nuova abitazione. E quando la casa è un lobo, cioè una casa degli spiriti, uccidono una gallina o un cane sul tetto facendo gocciolare il sangue dai due lati. Alcuni gruppi di queste popolazioni, ancora più rozzi, non contenti di usare sangue di animale, sacrificano un essere umano. Accanto a questa, un’altra testimonianza racconta che tra i Grebo della Sierra Leone vi è un Bodia, una sorta di pontefice eletto per ordine di un oracolo. Nel corso della cerimonia della proclamazione, il nuovo Bodia è unto, poi gli si mette un anello alla caviglia come segno della carica e, infine, gli si bagnano le porte della casa con il sangue. La sua dimora, così, è chiamata, “casa unta” e diventa la sua residenza ufficiale. Il rito dell’unzione con il sangue, inoltre, lo si trova anche presso i Kayan del Borneo. Questi, quando uccidono una pantera, ritenendo l’animale un essere superiore, preoccupati della salvezza della loro anima, passano otto volte sulla carcassa della belva uccisa recitando la formula “pantera, l’anima tua sotto la mia”: Poi, ritornati a casa, per calmare le loro anime e non farle andare via, ungono se stessi, il proprio cane e le armi con sangue di gallina. I Kayan con questo atteggiamento, siccome per piacere alimentare prediligono proprio la carne della gallina, pensano di rendere un servizio particolare alla loro anima, ritenuta capace di nutrire gli stessi gusti.

Il rito dell’unzione, però, non appartiene solo al mondo pagano.

Fa parte, infatti, anche del mondo ebraico. E proprio in questo ambito, nelle motivazioni, risulta molto più simile al gesto odierno dei “Vattienti”. Nel mondo ebraico vigeva l’usanza di lasciare il segno del sangue sulle porte come nella tradizione dell’Angelo sterminatore che rispetta le case degli Ebrei segnate con il sangue dell’agnello. Riporta infatti la Bibbia: “Si prenda un po’ del suo sangue e si spanda sopra i due stipiti e sopra il frontone della porta, nelle case in cui si deve mangiare. ...Quel sangue servirà a indicare dove voi abitate: quando io vedrò quel sangue, passerò oltre senza toccarvi, e non vi sarà in mezzo a voi nessuno colpito a morte quando io percuoterò l’Egitto. Quel giorno sarà per voi memorabile, voi lo celebrerete come festa solenne del Signore; e per tutte le vostre generazioni voi lo festeggerete come legge perpetua”.

Come si vede, non è difficile trovare nel rito ebraico significati analoghi al segno sulle porte lasciato dai “Vattienti” di oggi, seppure con intenti diversi.

Due tesi diverse, dunque, sull’origine del rito nocerese. Quale delle due è la più veritiera? La disputa è sempre accesa. A prima vista, ai più, è sempre sembrata più realistica quella medievale, i cui assunti appaiono ben condivisibili. Ritornando al periodo storico di Raniero Fasani, non si può disconoscere che il frate che si flagellava in pubblico a Perugia, fu ben presto seguito, prima nella sua città e poi in tutta Italia, da molti discepoli. Probabilmente, secondo alcuni storici, anche a Nocera, dove resta rilevante, dal punto di vista di questa tesi, la presenza in un determinato periodo storico dei frati Agostiniani e dei Conventuali, praticanti della flagellazione. Anche se, è giusto aggiungere, alla fine del secolo IV furono presenti sul territorio calabrese, e chissà se con qualche sortita proprio nel territorio nocerese, i Bianchi, che per certo suscitarono grandi e nuovi aneliti di fede.

Per quanto riguarda la validità della tesi pagana, i suoi sostenitori rilevano che esistono nel rito valenze che riportano a epoche precristiane (ma non, secondo gli studiosi assertori della tesi medievale, in maniera sufficiente da poter far sostenere che il rito abbia avuto origini in quel periodo). Non bisogna dimenticare, aggiungono, che nel territorio sono vissute la civiltà greca e romana con Terina e Nucria.

Nel rito dei “Vattienti”, comunque, i “motivi” che ricollegano a un’era cristiana sembrano senz’altro in numero maggiore di quelli che riportano all’era pagana.

Gli strumenti usati durante la flagellazione, per esempio, riportano con chiarezza ai momenti della Passione di Gesù: nel tempo, troviamo sette pezzi di vetro quante le piaghe di Cristo, poi dodici quanti Gesù e gli Apostoli con esclusione di Giuda, infine tredici quanti Gesù e gli Apostoli compreso Giuda. E ancora, ecco la croce una volta in canna come lo scettro dato a Cristo dopo la flagellazione alla Colonna e la corona di spine simile a quella della Crocifissione.

In definitiva, quello dei “Vattienti” potrebbe essere un rito o l’intreccio di più riti pagani che si sono sovrapposti e intersecati in una operazione di sincretismo filosofico – religioso a molti riti attuali, con il risultato di una completa fusione delle strutture culturali più arcaiche con altre più moderne.

Cosa verificatasi non solo nel rito di Nocera, ma anche in quelli di molti altri centri.

Accanto a queste due tesi, essendo le stesse supposizioni senza alcun riscontro preciso riguardo ai “Vattienti”, se ne è sfiorata una terza.

E' quella legata al “Teatro Sacro”, evento di rappresentazione dal quale derivano molte delle varie manifestazioni commemorative sopravvissute in Calabria fino ai giorni nostri. Molti testi ricordano che queste rappresentazioni, nate in chiesa, con il passare del tempo furono recitate anche fuori dal luogo sacro.

Il Teatro italiano nasce, in pratica, nel Medioevo, nel momento in cui il dramma sacro lascia l’interno delle chiese e viene portato all’aperto dove, con l’eccezionale partecipazione di un sacerdote nella parte di Gesù, viene recitato da giovani studenti e artigiani uniti in confraternite. Questi spettacoli sacri rievocavano la Passione e la Morte di Gesù e diedero vita in Italia, nel secolo XII e XIII, alla lauda e alla rappresentazione sacra. Subentrarono, a differenza di quanto si verificava all’interno delle chiese, la scena, il dialogo, l’episodio. I “nuovi” spettacoli sacri furono allestiti in occasione di feste, con la funzione di ulteriore maturazione religiosa delle folle. In molti casi, però, degenerarono per l’eccessiva fantasia o invenzioni che ne innervavano alcuni episodi e scene. Nel “Vattente”, nella sua immagine, c’è fantasia e invenzione. Nacque nel Medio Evo, il Teatro Sacro, ma si conservò sempre eguale a se stesso. Ma anche questa tesi non va al di là dell’ipotesi.

Nel secolo XVIII, e quindi molti anni dopo il periodo medievale, si registrò al Sud il diffondersi di un altro fenomeno al quale si sarebbe potuto far risalire il rito dei “Vattienti”: i drammi del “teatro psico - mistico”.

Già a partire dal secolo XVII e poi più intensamente nel XVIII, nell’Italia Meridionale, le Confraternite furono rinfocolate da missioni di vari Ordini monastici che si espansero con molta determinazione e compirono una larga opera di evangelizzazione anche nelle campagne. Le prediche, tuonanti, spingevano alla penitenza e alla flagellazione. In particolare, nel XVIII secolo, queste missioni rinvigorirono anche le sopravvivenze delle rappresentazioni del Teatro Sacro medievale. Le straripanti parole dei predicatori popolari ebbero, infatti, sempre più facile presa su molti fedeli della classe contadina, già pervasa da un denso trasporto religioso. Innervato ulteriormente da questi nuovi “contatti” e dalla declamazione senza limiti di enfasi, il misticismo dei contadini divenne, a un certo punto, spasmodico e senza controllo. Non fu, però, la sortita incontenibile di un nuovo atteggiamento, ma la maturazione definitiva di una preesistente realtà penitenziale. Le classi subalterne, infatti, già da tempo imitavano gli atti penitenziali delle vecchie congreghe, ormai in via d’estinzione per l’abbandono della ritualità da parte della borghesia. Nella continuazione dell’antica pratica, però, si notò nei nuovi “adepti”, in quel secolo XVIII, l’innovazione di diversità esteriori, aspetto importante per ipotizzare le origini dei “Vattienti”, e l’introduzione di caratteristiche tipicamente popolaresche, altro aspetto fondamentale per l’ipotesi in considerazione. Ma l’assunto più importante è quello riportato da Allardyce: “Gli spettatori del Medio Evo esigevano sangue e la declamazione ampollosa”. E, anche se la nostra esposizione si riferisce a un periodo seguente, i gusti non cambiarono di certo.

E inoltre, ecco l’Orsi, che ricorda la presenza del sangue, con riferimento alla seconda metà dell’800: “Del resto, senza ricorrere per esempi al passato, in Sicilia, non più tardi di questo mezzo secolo fa duravano, come del resto nel Medio Evo, gli spettacoli e le feste religiose piene di riti superstiziosi e di reminiscenze pagane, celebrate con sfarzo e grida incomposte, suoni di strumenti e spari di mortaretti, e seguiti, in fine, da bagordi e stravizi. Alla festa partecipava l’intera cittadinanza, o come attrice o come spettatrice, e scena erano le piazze e le pubbliche vie, ove si confondevano tutte le classi sociali, dimentiche per quel giorno delle loro divisioni, e dei loro rancori, e intente solo alla buona riuscita della solennità, che, quanto più era fastosa, di tanto maggiore onore tornava al paese. Si rappresentava la passione di Cristo, dei santi o dei martiri: e allora erano scene di terrore e perfino di sangue.”

Nel campo delle deduzioni sulle origini dei “Vattienti”, nell’ambito di questa ulteriore ipotesi, si può immaginare anche l’incontro di due canali che confluirono in una sola nuova fenomenologia: da un lato le innovazioni sceniche e il pathos dei drammi, dall’altro la preesistente continuazione, da parte delle classi subalterne, delle pratiche delle vecchie congreghe, modificate, nel frattempo, dai nuovi caratteri popolareschi.

Per suffragare la tesi in oggetto, potrebbe essere utile una riflessione: nel rito dei “Vattienti”, oggi come ieri, esiste una gestualità, c’è movimento, c’è azione, c’è effetto scenico, c’è il rispetto di precise relazioni tra tempo, spazio e luogo, è molto fitto il rapporto tra il praticante, cioè il”Vattente” che funge da attore protagonista e le cose terrene, una casa, un amico, un familiare, una vicenda d’amore, una malattia, che rappresentano la trama. Esiste un forte substrato, in una parola, e la parola cade a proposito, di “teatralità”.

Gli stessi paradigmi, in verità, riesce molto difficile riscontrarli nelle pratiche medioevali: movimenti lenti, ripetuti e meccanici, con l’azione che non conquista profondità nello spazio e con le relazioni tra l’atto penitenziale e le cose tangibili e animate che risultano inesistenti. Gli “attori”, nel linguaggio della fantasia, assumono le connotazioni, in genere, di monaci, frati, uomini di chiesa, dai tanti digiuni e dalle tante privazioni, ben lontane dall’icona del”Vattente” forte, aspro, spavaldo.

Certo, i dubbi non mancano. La tesi proposta, infatti, si riferisce ad avvenimenti relativi al XVIII secolo. Mentre l’espressione di sentimenti religiosi tramite il “teatro”, non risale a questo secolo ma a qualche secolo precedente. Nacque nel Medio Evo, il Teatro Sacro, è vero, ma è anche vero che si conservò sempre eguale a se stesso.

Naturalmente neanche questa si può dire che sia la Verità. Perché certe volte la Storia pare essere senza tempo e senza Verità. Ma la verità sui “Vattienti”, siamo convinti, prima o poi verrà fuori.

Tratto da "NOCERA TERINESE Storia e Storie" Vol. 1 - Dalle origini a tutto il 1400 di Adriano Macchione (Ma.Per. Editrice)


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